Categorie: Il fatto

Com’è dura essere “anonymous”

di - 7 Novembre 2015
Se la si guarda dal web non sembra altro che una sorta di ritrovo carnevalesco. La maschera dell’anonimato, però, ha dimostrato che nei cortei per la libertà serve a ben poco. Anzi, forse sortisce l’effetto contrario. Perché si sa, nell’epoca del terrore che corre dagli aerei al web, il non identificabile è pericoloso, una simbolica bomba pronta a saltare.
Lo sapevano bene anche i manifestanti della parata londinese “Million Mask March” appuntamento mondiale ispirato dal gruppo di attivisti di Anonymous che richiama in strada migliaia di persone in nome dell’anticaptalismo e di cui la Capitale inglese è stato teatro di scontri, anche se le dimostrazioni si sono organizzate in altre centinaia di città nel mondo.
Strana guerra: contro il razzismo, contro i poteri forti, contro il denaro “nero”, contro tutto quel che è global, con quella maschera a V entrata nell’immaginario collettivo dopo il film del 2005 dei fratelli Wachowski V per Vendetta, tratto dall’omonima serie a fumetti scritta dal 1982 al 1985 da Alan Moore e illustrata da David Lloyd, colui che è il vero ideatore della maschera.
Gli eroi che si invocano? Per esempio Julian Assange, con la libertà di espressione. Ma quello che non si spiega è perché, in questo caso – simbolo o no – chi cerca questa fantomatica libertà non abbia il coraggio di metterci la faccia in tutto e per tutto? Scotland Yard ha denunciato come “violenze inaccettabili” gli scontri avvenuti, ma è un po’ come essere sempre al punto di partenza: dove finiscono le libertà individuali e dove si calpesta l’altro? Qualche “anonimo” se ne accorge, ma chissà a chi potrà servire emulare un film, per riprodurre un effetto sulla realtà? (MB)

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