Categorie: Il fatto

La cultura dell’ignavia?

di - 9 Luglio 2015
Un po’ strano pensare di fare il Paese della cultura se c’è il 20 per cento di astensione. Certo, bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo pieno, ma se da un lato il rapporto di Federculture presentato a Roma da Roberto Grossi mostra che la spesa in sapere e “ricreazione” delle famiglie italiane cresce del 2 per cento, e le visite a siti archeologici e monumenti sono quasi sopra di 6 punti per cento e le serate a teatro o concerto si ampliano del 2 per cento, c’è ben poco da fare con questi numerini se poi, nel compesso, quasi il 20 per cento della popolazione del Belpaese è completamente assente dalle attività culturali.
Un quinto degli italiani insomma, diciamo 12 milioni, in un trend in crescita che solo cinque anni fa era al 12, 5 per cento della popolazione nazionale. Nelle regioni del Sud il picco raggiunge il 30 per cento e il territorio più “abbandonato” dal pubblico è quella della lirica e del teatro, per cui l’astensione raggiunge l’80-90 per cento.
Come ha ricordato Grossi, la cultura dovrebbe essere qualcosa che serve nella vita di tutti i giorni, e non uno specchio. Quel che invece pare di capire è che la cultura, ancora una volta, non solo non serve nella vita di tutti i giorni, ma probabilmente non fa da specchio a nessuno, nemmeno come “tono”.
«La cultura è la medicina che può curare i tanti mali che il Paese attraversa ed è l’unica moneta di scambio che può arricchire tutti senza togliere nulla ad altri. Anche di fronte ai grandi avvenimenti dell’oggi – la crisi greca, le migrazioni, i nuovi muri – l’arte, la cultura e il federalismo delle idee ci possono portare verso una società aperta, più avanzata, migliore», sono state le belle parole dette da Grossi, ma la verità che anche in questo caso trascende il discorso è che – chi sa e condivide queste idee la cultura, o qualche gesto inerente (di specchio, riflesso o amenità simili) – conduce queste idee quotidianamente e le rende azioni, mentre gli astenuti restano tali.
Che oltre a snocciolare dati e percentuali e successi di domeniche gratuite sia davvero arrivato il momento di condurre un “avvicinamento” come si deve alla cultura? Non tramite social network, post e tag, ma tramite la scuola prima di tutto? Altrimenti tra cinque anni forse – tra crisi da una parte e dall’altra, la frenesia delle informazioni (che portano ad una minore concentrazione e attenzione, anche nei confronti del bello e del tempo che necessita la sua fruizione) e il menefreghismo di una materia, la cultura appunto, che sembra non portare da nessuna parte mentre il quotidiano è impegnato tra lavori precari et similia, potremmo avere raggiunto quasi la metà degli italiani completamente ignavi. C’è di meglio, e di più facile, a cui pensare, in fondo! (MB)

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