Categorie: lavagna

INDEPENDENTS

di - 1 Novembre 2017
Di viaggio in Viaggio, è a Ferrara per il festival di Internazionale che incontro Angelo Bellobono. Mi racconta del suo progetto settennale di residenza in Marocco, a 70 km da Marrakech: Atla(s)now. Qui l’arte, il trekking e lo sci alpinismo si incontrano generando un meccanismo di confronto, condivisione e relazione. L’edizione di quest’anno ha visto in residenza gli artisti Ettore Favini e Mohamed (Mo) Baala.
Cosa è Atla(s)now, e qual è la sua mission?
«Atla(s)now è una piattaforma interdisciplinare condivisa, creata da me (artista e allenatore di sci), in cui l’arte e gli sport di montagna vengono utilizzati come mezzi di relazione sociale e sviluppo sostenibile di alcune comunità berbere dell’Alto Atlante marocchino a circa 70 chilometri da Marrakech. Le attività del progetto si realizzano attraverso un programma di residenze per artisti e programmi di formazione per professionisti della montagna, maestri di sci e guide alpine locali. Essendo un’attività fortemente relazionale, gli artisti in residenza sono invitati a preparare lavori site-specific e workshop con la comunità, utilizzando esclusivamente risorse locali. Le opere realizzate vanno a creare il primo Museo Diffuso dell’Atlas, divenendo strumento di connettività sociale e consapevolezza, in grado di coinvolgere l’intera comunità. I professionisti della montagna sono invitati a organizzare corsi di formazione per i maestri di sci e guide alpine locali, atti a potenziare competenze tecniche e garantire un elevato livello di sicurezza, proponendo a ragazzi e adulti opportunità di lavoro sostenibili, qualificate ed utili a rinforzare, insieme alla presenza del Museo diffuso, la microeconomia locale».
Ettore Favini
Perché agire nelle montagne dell’Alto Atlante in Marocco?
«Il Mediterraneo è per me un grande lago di montagna. Da alcuni anni percorro le montagne che lo incorniciano considerandole delle cerniere, dei ponti tra i Paesi che su questo mare si affacciano. L’idea di un Monte Mediterraneo, a metà tra il monte Toubkal e il monte Bianco, muove il mio immaginario. Se poi penso alle oltre 30mila persone morte negli ultimi 15 anni attraversando questa lastra d’acqua, allora il Monte Mediterraneo si materializza imponente. La scelta delle montagne del Marocco si lega ad una mia personale rappresentazione di un’Africa mediterranea attraverso il suo ghiaccio e la sua neve, elementi che nell’immaginario comune non vengono quasi mai collegati al Marocco, che più facilmente si identifica con caldi deserti e palmeti. Sta di fatto che la catena dell’Atlante, lunga circa mille chilometri, presenta molte vette che superano i 4mila metri di altezza, ed il Toubkal, la montagna che sovrasta il campo d’azione delle attività Atla(s)now, con i suoi 4167 metri rappresenta la vetta del Nord Africa».
Angelo Bellobono
Quale è la tua relazione con questa terra?
«In questo progetto ed in questo luogo ho fuso le mia identità di artista e uomo di montagna, cercando di usare le mie competenze come strumenti di relazione, scambio e sviluppo sostenibile. L’integrazione tra varie discipline, quali l’arte, il trekking e lo sci alpinismo, rendono Atla(s)now un progetto in cui il luogo, l’opera e l’azione innescano un confronto, condivisione e relazione.
In particolare il processo relazionale e costruttivo dell’opera, mira innanzitutto alla scoperta dell’altro: l’incontro, l’esperienza diventano chiavi per una buona riuscita delle opere. Il corpo stesso dei partecipanti diventa un importante strumento per percepire ed appartenere al territorio, per costruire pensiero e relazioni tra gli uomini e le montagne. Ogni artista deve misurarsi con le proprie potenzialità fisiche, umane ed artistiche, al di fuori delle proprie zone di comfort, trasformando l’intuito, la conoscenza e le competenze in relazioni umane che diventeranno opere d’arte e stimoleranno in vario modo una microeconomia».

Mohamed Mo Baala

Ci racconti l’ultima residenza?
«Nel mese di settembre, gli artisti Ettore Favini, Mohamed (Mo) Baala con me, hanno concentrato le attività di residenza sull’Alto Atlante nell’area di Oukaïmeden, splendido altopiano a 2mila 650 metri di altitudine e nel villaggio di Gliz, raggiungibile a piedi, sulle piste o le mulattiere, in un’ora e mezza di cammino, grazie alla preziosa collaborazione della guida Ibrahim Alì. I primi giorni di residenza sono stati dedicati ad una ricognizione antropo/geologica delle antiche incisioni rupestri e della vita dei pastori Amazigh, che praticano la transumanza da millenni e risiedono nelle alte terre degli alpeggi per circa 5 mesi l’anno. Oukaïmeden è uno dei siti dove si trova il maggior numero di incisioni rupestri dell’Alto Atlante, lo studio di queste incisioni è di un’importanza considerevole; in effetti le opere raffigurate sono diverse: forme geometriche, antropomorfe, armi, carri, scene di caccia, rappresentazioni fauniche. Alcune delle rappresentazioni presenti sulle montagne, ricordano sia nell’esecuzione che, nella simbologia le tarde incisioni rupestri camune. Questa coincidenza, ha rafforzato ulteriormente la ricerca di Ettore Favini che negli ultimi anni, sta lavorando nel bacino del Mediterraneo in un processo di ibridazione di oggetti, strumenti e materiali che veicolano un patrimonio comune di simboli e motivi decorativi. L’artista nel villaggio di Gliz, ha creato e disegnato insieme alle tessitrici locali, ibridando i simboli e mixando i pattern che aveva incontrato precedentemente in Sardegna nel suo progetto Arrivederci. Questi nuovi simboli sono stati tessuti a Gliz, prendendo la forma di tappeti/arazzo. Favini ha poi inciso sulla pietra rossa dell’Ourika la scritta Arrivederci in arabo e in francese sotto a una linea-mappa che traccia i percorsi compiuti dai nomadi ogni anno per arrivare sull’altopiano, come omaggio per un nuovo ritorno, per un viaggio stagionale che viene trasmesso di generazione in generazione da millenni. Mo Baala, forte della sua origine berbera e della sua esperienza di pastore, ha invece stretto un forte rapporto con una famiglia di nomadi che vive negli azib caratteristiche costruzioni di pietra e terra cruda. Lavorando sulla forza evocativa del racconto orale, tipico della cultura Amazigh, Mo e il pastore hanno collaborato nell’elaborazione di un libro in triplice copia, fatto di parole, poesie e immagini. Baala ha continuato il lavoro nel suo studio a Marrakech elaborando le registrazioni e i testi per realizzare un’opera audio. L’artista dopo aver realizzato piccole sculture su pietra, ritornerà a Oukaïmeden per realizzare un workshop di scultura con gli abitanti, grazie alla quale punta a creare una microeconomia basata sulla vendita dei manufatti durante la stagione sciistica. Io, in doppia veste di coordinatore dei progetti e artista, ho lavorato sulla rielaborazione in chiave contemporanea dell’antica tecnica dell’incisione e pittura rupestre, realizzando numerose incisioni e dipinti su pietra ispirate al paesaggio di montagna, chiave stilistica del mio lavoro, una delle opere su carta si è trasformata in un tappeto come omaggio alle camminate in montagne compiute durante la residenza. Ho realizzato nel villaggio una scultura ambientale utilizzando un ramo e dei vecchi sci da bambino piantati nel terreno, l’opera dipinta interamente in bianco, durante l’inverno si mimetizzerà con il manto nevoso. Un’intera giornata è stata dedicata all’installazione delle opere e alla visita di tutti i lavori realizzati negli anni precedenti, per sensibilizzare gli artisti sull’importanza del Museo diffuso per la popolazione. Nel prossimo futuro è in previsione la realizzazione di una mappa dettagliata dei luoghi e delle opere, di un libro e di un documentario che raccoglieranno i sette anni di questa meravigliosa esperienza».
Jack Fisher

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