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La lavagna | Come fa l’arte a colpire nel segno quando affronta temi socio-politici?

di - 16 Aprile 2014
«La sfida è tradurre una visione politica in un lavoro poetico». Così scrive Germano Celant, sull’Espresso del 30 gennaio di quest’anno, analizzando il lavoro di Isaac Julien (Turner Prize 2001) esposto al MoMA di New York. Si accenna alla questione del “poetico” come obiettivo da raggiungere: puro tentativo che l’artista compie per non rischiare di ridurre la sua attività a mero riporto documentario, dato che l’autore  parte da un ricco materiale di base, filmico e videografico, sul problema della tragedia degli emigranti africani e dei loro sbarchi sulle coste europee. Il problema, per l’artista, non è per niente secondario e bisogna chiedersi a quali rischi e tentazioni va incontro.
Se si parla di “sfida” è d’obbligo domandarsi qual è la posta in gioco e se, da questa avvertenza del guru dell’Arte Povera, non emerga in filigrana la necessità di una riflessione più profonda sugli esiti delle ultime proposte artistiche in un mondo globalizzato.
Se si tende al poetico, alla poesia, va da sé che l’obiettivo da raggiungere è la dimensione della bellezza. L’obiettivo del poetico ci riporta nel secolo scorso, a rivedere la figura di Duchamp, il quale ha spaccato l’arte in due, introducendo una nuova forma di operatività artistica: “la forma a tesi”. Un’opera di Duchamp non tocca le corde del “bello”, piuttosto quelle dell’intelletto e del noetico. Davanti al Grande Vetro non siamo sollecitati da cromie, armonie e ritmi.  All’opposto, la dimensione della bellezza trasporta con sé, sì un carattere storicamente determinato, ma anche uno “universale”, elemento che travalica i tempi e che ci permette di apprezzare e godere della bellezza di un’icona del trecento senese, di una pittura di Klimt o di una scultura cicladica.
Ora, in opposizione al roboante inquinamento estetico della nostra epoca, non sempre l’arte dei nostri giorni ha saputo orientare la volontà creativa al raggiungimento della dimensione poetica: vale a dire a tutto quel che resterà – come sostiene il filosofo Emanuele Severino – «quando la stessa civiltà della tecnica avrà fallito».
Si persiste, al contrario, sui bassi fondali di una operatività artistica che talvolta lascia l’amaro in bocca: amaro costituito da un avvicendarsi di mostre o momenti espositivi in cui i prodotti esposti sono elaborati con lo stesso linguaggio della cronaca, del reportage-fotografico, o proposizioni “estetiche” di lezioni di semiotica o filosofia, o di una pittura che partendo dalla fotografia non riesce proprio a scaldare i cuori.
È lecito chiedersi dove s’insinua l’elemento fondamentale che proietta l’opera d’arte su un piano trascendentale, distinguendola nettamente da ciò che è ampiamente offerto da altri settori. È molto probabile che il paradigma incentrato su questi presupposti sia giunto al terminale, o quanto meno abbia esaurito storicamente la sua “carica innovativa”.

A riveder bene le cose, a partire proprio da Duchamp, gli artisti sono andati incontro alla tentazione e al rischio di fare dell’arte una “forma a tesi”, strutturata su ragionamenti ai quali viene “subordinata” l’immagine (criptica-simbolica), con la conseguenza che questo processo ha portato alla germinazione di un’arte intellettuale (per necessità intrinseca della forma a tesi). Affidare la complessità del processo creativo al solo intelletto ha indotto molti artisti nel passato a realizzare delle “opere” sicuramente raffinate e limpide, alla stregua di lucidi e profondi pensieri filosofici (Beuys in primis). Ciononostante la “forma a tesi” ha dovuto abbandonare sulla strada la “complessità della coscienza” che, in arte, si è riflessa sempre nella viva tensione che conduce alla bellezza: tensione che assume i connotati di una sfida se, ovviamente, si vuole tendere al poetico. Potremmo aggiungere che la “forma a tesi”, matrice di tutte le arti concettuali e sue declinazioni reca, nel suo DNA già i geni del riduzionismo poiché basa il suo operare sui procedimenti della ragione analitica, sia quando è rivolta ad investigare il linguaggio dell’arte (vedi in passato Art-Language), sia quando è rivolta ad investigare le contraddizioni drammatiche del mondo di oggi (ad esempio, tesi: ” In Messico i cani vengono abbandonati al loro destino e muoiono.” Io, artista Habacuc Vargas, sensibile al problema ecc. “uso” l’arte, “subordinandola” a questa tesi, che rispecchia una indubbia e condivisibile reazione morale di fronte al problema).
Il “rischio” è che l’arte può perdere la sua “portanza”, (per usare un termine dell’aerodinamica relativo alla forza di un velivolo di mantenersi in volo) in quanto per suscitare attenzione sul problema si fa “coincidere” l’arte con il dramma reale (nel caso del cane morto in galleria) rientrando di nuovo in tal modo linguisticamente nella logica del ready-made, paradigma per eccellenza di un’arte intellettuale. Il che, a conti fatti, vuol dire bypassare il problema dell’arte, nella sua “portanza ontologica”.

Oppure: se si parte da una tesi, come per l’appunto potrebbe essere la “tragedia degli emigranti”, o i fatti accaduti in Guatemala con le perpetrate violenze sulle donne (vedi Regina Josè Galindo attualmente al PAC di Milano) il rischio è quello di rimanere schiacciati dai dati raccolti, dalle situazioni socio-antropologiche di base, dalla cruda realtà in essi riportati, di subordinare l’operatività artistica alla denuncia politica tout court, molto funzionale alle casse di risonanza dei media.  Nulla di male in tutto ciò, ma si rischia di non fare arte, o presentare cose trite e ritrite, poiché un buon reportage, una efficace denuncia, un’ottima pubblicità progresso concorrono ugualmente, e forse con più efficacia, allo sviluppo della dimensione etica-morale del singolo e della collettività. L’arte tocca un altro piano anche quando parte dal presente drammatico.
Il punto della “sfida” è la riuscita dell’opera, se si sta nell’arte: la sua essenza atemporale; altrimenti si è in politica, o in altri ambiti, senza averne la forte pregnanza, come quella che intrinsecamente appartiene al teatro, alla sociologia, alla psicologia, alla filosofia. La visione politica, morale e sociale si declina anche nell’arte, ma con i mezzi dell’arte, senza togliere il diritto e la libertà all’artista di scendere o no in piazza, proprio per non mistificare il concetto di “impegno”.
In realtà far sentire il suono autentico dell’uomo nuovo, e forse di un’arte autenticamente nuova, non è cosa da poco. È un’impresa terribilmente impegnativa, perché si tratta di rappresentare contenuti che non hanno finora rappresentazione alcuna. E quindi bisognerà inventare tutto, facendo lo sforzo di sganciarsi da tutti gli intellettualismi-forma.

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  • Caro Ernesto mi piace molto l'articolo. Il finale però è un po' troppo impegnativo, quasi mitico. Augurissimi e un forte abbraccio

  • … Lavoro poetico per una nuova visione politica …
    Oggi occorre un’Arte che, bypassando la mente/lente opacizzata e deformata dal Sistema di Poteri imperante, sappia raggiungere e liberare il “bello” (il sublime, la luce, il sole privato) latente in ogni essere, facendolo brillare all’esterno in fatti concreti. Questa Nuova (?) Arte può avere un ruolo politico fondamentale nell’innescare una naturale ribellione (pacifica, perché all’insegna del bello) nei confronti dell’orrido che ci accerchia … intellettualismo – (de)forma(to) compreso.
    in questo link
    http://semidicittaavanti.net/2014/02/24/arte-e-politica-per-citta-avanti-stralci-appello-agli-artisti-manifesto-arte-ca-mostra-di-may-be/
    uno stralcio di un possibile Manifesto per un’Arte politicamente attiva … non di destra o di sinistra, né di centro, di sopra o di sotto … ma Avanti!
    Cordiali saluti, Marino Bonizzato

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