Categorie: Libri ed editoria

CONTRAPPUNTO

di - 3 Gennaio 2015
Prima ancora di leggere il libro, per ragioni totalmente arbitrarie, giustificate soltanto dall’essere a conoscenza della frequentazione delle arti visive da parte di Mauro Covacich (Trieste, 1965), avevo pensato a La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche ovvero ad un riferimento al Grande vetro di Marcel Duchamp. Poi, dopo aver letto il libro, ed essermi reso conto della totale assenza della mia supposizione, ho riflettuto sulla scrittura di Covacich continuando però a pensare all’opera dell’artista francese, costituita da un “quadro” formato da due lastre di vetro e da una serie di appunti lasciati dall’artista per guidarne l’interpretazione, la Scatola verde e la Scatola bianca.
La sposa di Covacich, fa riferimento all’opera Brides on tour dell’artista Pippa Bacca, una performance in forma di viaggio durante la quale, nel 2008, l’artista è rimasta uccisa dopo aver subito uno stupro. Questo è il primo racconto con cui si apre il libro, e che introduce già un primo livello della scrittura di Covacich, la quale interroga direttamente la struttura narrativa in quanto tale, spingendosi in un funambolico confine tra romanzo e racconto. Per essere più precisi, convergono nel libro due idee: quella di questo romanzo costituito come collage di racconti autonomi e collegati allo stesso tempo, e quella di iper-romanzo costituito come collage tra La sposa e tutti i romanzi scritti in precedenza, data la presenza in quest’ultimo di personaggi già noti al lettore (lo stesso autore, in una nota alla fine del libro, dichiara inoltre che La sposa è la prosecuzione ideale del suo Anomalie, un libro di racconti pubblicato nel 2008). Questa complessità strutturale, propria, a mio avviso, di qualcosa di più complesso di un normale testo letterario, nel senso di un’appartenenza ad un disegno generale dell’opera che si genera nella mente di un artista, si evidenzia anche dalla struttura dei capitoli, i quali possiedono un gruppo di titoli identificativi (ritratti, identikit, nevrosi aerobica, ecc…), di cui però ognuno, trattando differenti storie, non è che lo scavo di un’idea-modello attraverso forme differenti (ritratti 1: Pippa Bacca; ritratti 2: Angelo Bono, ecc…), come per un pittore una variazione sul tema.

Quello però che la scrittura di Covacich interroga più in profondità, e da cui, a mio avviso, scaturisce il disegno drammaturgico sopra descritto, è la possibilità di un autore di guardare ad un linguaggio espressivo differente, le arti visive in questo caso, lasciando che tale sguardo modifichi un metodo più o meno codificato nel proprio, quello letterario nel caso di Covacich. Come la pittura meccanica del Grande vetro si anima attraverso la letteratura che l’autore fornisce come parte integrante di un lavoro verbo-visuale a corpo unico, così La sposa di Covacich, il cui velo di carta possiede la lunghezza di tutti i suoi romanzi, ripercorre le figure dell’autore in quanto presenze di una cerimonia che utilizza simboli figurativi per trasformare di continuo la scrittura in immagine. L’assenza degli scapoli, ovvero della parte inferiore del Grande vetro, è dovuta invece al fatto che l’immagine della sposa, nella poetica di Covacich, è ammessa alla presenza di un solo scapolo d’eccezione, che non appare però nell’immagine, poiché è fuori dalla rappresentazione, nella vita quotidiana, in quanto è l’autore stesso attraverso il suo lato autobiografico, da cui Covacich si muove in senso inverso e complementare alla parola scritta. Qui si apre difatti un altro punto della poetica dello scrittore triestino, la delicata coniugazione di arte e vita, a cui l’autore è particolarmente sensibile, in termini di continuo spostamento di questo limite, da una parte in quanto necessaria impossibilità di connubio tra i due termini, dall’altro in quanto necessario corteggiamento dei due mondi. L’unica eccezione risiede in una performance dello scrittore nelle vesti di un suo personaggio, Dario Rensich, in cui nel video che documenta l’opera, L’umiliazione delle stelle, Covacich/Rensich corre su un tapis roulant l’intera durata di una maratona.
Questa breve incursione nella scrittura di Mauro Covacich, scapolo e sposa, autore e personaggio, artista e uomo, vuole infine indicare, prendendo spunto dalla sua opera letteraria, una direzione di pensiero che invita l’artista a guardare fuori dal proprio specifico ambito linguistico, per guadagnare quella necessaria distorsione delle forme e dei segni in grado di generare, una volta rientrato nel proprio territorio espressivo, una nuova visione artistica.

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