Categorie: Libri ed editoria

I paesaggi degli approdi, di oggi e della storia

di - 7 Maggio 2021

La migrazione è tra i tratti distintivi del terzo millennio. Un fenomeno non nuovo nella storia dell’umanità, anzi datato quanto lo è l’uomo, ma che solo nell’età contemporanea ha conosciuto autentiche proporzioni di massa. Un esodo alimentato da fattori di natura prevalentemente politica o economica, che spingono le genti a lasciarsi il passato alle spalle e a costruire, per sé e i propri cari, un nuovo domani. Del fenomeno si conoscono bene i punti di partenza ma anche i punti di arrivo, gli uni legati agli altri dalla memoria, invisibile fil rouge che tiene unito ciò che si lascia e ciò che si trova. Questo fenomeno ha nell’immaginario collettivo uno scenario privilegiato: il mare. Le coste, quelle alle spalle e quelle di fronte, spesso si assomigliano: le prime rappresentano le origini, le seconde la ripartenza, la rinascita. Queste ultime sono il luogo dell’approdo. A questo tema, complesso quanto suggestivo, indagato, com’è giusto che sia per un fotografo, più da un profilo estetico-sentimentale che non socio-antropologico, è dedicato il volume Approdo di Adriano Nicoletti, edito nel 2020 in 300 copie, a cura di Benedetta Donato (immagini a colori, testi in italiano e inglese).

Adriano Nicoletti, Approdo

Un libro, va detto subito, assai pregevole, non solo per i contenuti, foto in primis, che mostrano ed esaltano tutta la perizia dell’autore, ma anche per la qualità editoriale, impreziosita dalla copertina cartonata “a scrigno”.
Nato a Parabita nel 1971 Nicoletti ha alle spalle vent’anni di fotografia. Una passione congiunta agli studi in Sociologia della Comunicazione, l’una a supporto degli altri e viceversa. Una commistione da cui deriva un approccio individuale alla fotografia, in cui la liricità dell’immagine si associa volentieri all’attitudine investigativa, alla capacità di cogliere dettagli significanti, senza per questo sfociare nel reportage. Sul binomio liricità-scientificità (termine quest’ultimo inteso con quell’attitudine investigativa e documentaria a cui si faceva poc’anzi riferimento) è progettato tutto il libro, opportunamente diviso in due macro-sezioni: “Immagini” e “Parole”, presentate esattamente in quest’ordine, con le fotografie per prime, quasi a centrare subito il focus del lavoro e l’oggetto del discorso.
Nel libro l’autore accoglie frammenti di paesaggio, di vita, di esistenze. Le sue immagini raccontano scorci, piazze, silhouette, strade affollate e angoli solitari. Pieni e vuoti colti per raccontare una città, un ambiente, una realtà complessa, attraverso la descrizione di ciò che vi è contenuto ma anche di ciò che manca. D’altronde lo stesso concetto di approdo è fatto di presenze, di quello che esiste e vive, ma anche di assenze, di quello che si è lasciato e non è più, almeno materialmente. Per narrare tutto ciò l’artista ricorre al colore, ai giochi di luce, alle gradazioni cromatiche descritte in controluce negli stati d’animo che si colgono attraverso gesti minimi, attimi fugaci, atteggiamenti sinceri.

Adriano Nicoletti, Approdo

Lo stesso binomio liricità-scientificità riecheggia nei titoli delle sezioni in cui sono ripartite le fotografie. Nella prima “Arrivo”, sono narrati il mare e la spiaggia, tra solitudine e affollamenti, asperità geografiche e naturali accoglienze, l’uno e l’altra metafore per eccellenza del transito e dell’approdo. I calmi riflessi del blu marino si affiancano a immagini di caotiche presenze sulla costa salentina, punto di partenza in cui riconoscersi, ma anche luogo di transito più o meno temporaneo. In “Radici” è visibile il sapore di Sud, quello che permane nelle immagini sacre che popolano case e strade, ma che è anche nelle luminarie poeticamente stagliate contro il cielo, nei manifesti strappati e nei muri scrostati delle strade e delle case. Lacerti di sfera pubblica si frappongono ad interni domestici, evocando una spiritualità che va aldilà della credenza religiosa, che si radica in un modo di vivere sospeso nel tempo e nello spazio e che continuamente rifiorisce attraverso i ricordi. Questo accade anche nella sezione “Impermanenza”, dove i consunti dettagli del barocco leccese rievocano, insieme a pochi altri oggetti passati, la transitorietà del tutto e il suo tentativo di sopravvivenza in chi cura e in chi ricorda.

Adriano Nicoletti, Approdo

Al paesaggio, come naturale prolungamento semantico e iconografico del tema dell’approdo, sono dedicate le tre sezioni successive: “Natura umana”, “Tracce” e “Paesaggio resiliente”. Scenari naturali connotati da un’artistica monocromia, dettagli minimi e visioni accidentali contribuiscono a consegnarci un’immagine meno stereotipata della Puglia. Non solo litorale, ma anche ricchezza folcloristica e naturalistica che si ritrova e si riflette nell’entroterra quanto sulla costa.
L’approdo, ci insegna l’autore, è il luogo della stratificazione mnesica, passata e futura, terra in cui convergono nuove energie; posto immaginario, più volte sognato e auspicato, ma anche tremendamente concreto, in cui le aspettative di chi giunge non di rado si infrangono, scontrandosi con la dura realtà dei fatti. La Puglia, in quanto terra di frontiera, e il Salento in particolare, proteso sul mare come mano di salvezza, è da sempre tra i luoghi privilegiati per l’approdo, scenario che da secoli si carica di valori e significati: luoghi e avvenimenti qui s’intrecciano proseguendo la plurimillenaria storia delle migrazioni, mentre gli uomini s’incontrano per vivere insieme e per non dimenticare ciò che altri, prima di loro, hanno vissuto.

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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