FORGET Al, Beyond Human, Back Cover 02
Superata la fase liminale, l’intelligenza artificiale si impone come infrastruttura chiave del sistema moda, tracciando una nuova grammatica visiva. Questo vocabolario emerge in casi emblematici. Guess, che per una campagna su Vogue ha sostituito il volto umano con una modella algoritmica. Benetton, che nella campagna AW25 affida all’artista digitale Rick Dick la riattivazione del proprio archivio visivo, rileggendo in digitale la memoria di Oliviero Toscani. La pratica speculativa di Sybille De Saint Louvent, che progetta concept campaign immaginarie per maison come Prada e Gucci. O ancora, le competizioni generative come l’AI Fashion Week, incubatrici di una nuova soggettività creativa, evolute da evento pionieristico a ecosistema commerciale milionario. In questo panorama, l’AI funziona prevalentemente come motore di un’iperproduzione visiva, alimentando e accelerando il ciclo incessante della novità perenne. Il risultato è una saturazione dell’immaginario, più che la sua trasformazione.
Contro questa normalizzazione operativa emerge una linea di fuga. In questo scenario alternativo, il processo creativo non inizia più con un’idea, ma con un dialogo. Il gesto fondativo non è l’ispirazione, ma l’interrogazione sistematica di un corpus visivo archiviato. La macchina non è semplice esecutore, ma interlocutore con una memoria e una logica associativa che sposta il processo creativo dall’invenzione alla lettura critica di ciò che già esiste. L’atto estetico non risiede quindi nel generare ex nihilo, ma nella sua natura archeologica. È in questo solco che si inserisce FORGET AI, un organismo editoriale che incarna questa torsione concettuale. Il primo fashion magazine cartaceo generato attraverso processi di intelligenza artificiale. Il titolo è un imperativo. Per usare l’AI, bisogna prima dimenticarla, liberandola dal feticcio futurista e iperproduttivo. La sua materialità costituisce il primo gesto, una resistenza fisica contro l’effimero del flusso digitale. FORGET AI non documenta la moda, la interroga. Non utilizza l’AI come gadget, ma come linguaggio critico, capace di portare alla luce, in modo straniante, ciò che la cultura visiva ha selezionato, normalizzato e infine rimosso.
Al cuore di questa e di simili operazioni vi è una necessaria ridefinizione dell’autorialità. Il mito romantico del designer-genio, fonte auratica di significato, si dissolve in una catena di mediazioni complesse. L’umano formula un prompt: non un comando imperativo, ma una proposta, una traiettoria di senso aperta alla negoziazione. L’algoritmo interpreta questa traiettoria attraverso il prisma della sua educazione visiva, un archivio di milioni di immagini correlate. L’output è la cristallizzazione temporanea di questo dialogo asimmetrico. È un’autorialità distribuita e relazionale, fondata sulla collaborazione con una logica non-umana, dove i glitch e le distorsioni cessano di essere errori da correggere per diventare firme di un pensiero altro.
Ciò che emerge da questa collaborazione è l’estetica di un realismo algoritmico. Anatomie plausibili ma impossibili, tessuti che sfidano le leggi della fisica. L’immagine generata si afferma come esistenza opaca, negandosi a una trasparenza immediata e completamente decifrabile alle esigenze del mercato. Il primo numero, Beyond Human, sviluppa questa intuizione in dodici editoriali che sono altrettanti campi di ricerca. Ogni servizio frammenta il continuum della storia della moda per esporne le suture, le gerarchie implicite e le possibilità escluse, rivelando le parentele nascoste e le amnesie sepolte negli stessi archivi da cui il sistema tradizionalmente attinge. In netto contrasto con la retorica della dematerializzazione digitale, l’operazione insiste sulla fisicità dell’output. Tradurre un’immagine generata in stampa su carta sottrae il contenuto visivo al circuito effimero dello schermo per ancorarlo a una presenza oggettuale che occupa spazio, impone resistenza e reclama durata. Trasforma la merce istantanea in un oggetto da abitare, restituendo all’immagine peso, tempo e una fisica persistenza.
In un ecosistema saturo di immagini, progetti come FORGET AI funzionano come dispositivi speculativi che pongono interrogativi fondamentali: cosa significa inventare in un’epoca di archivi infiniti e accessibili? Chi detiene la sovranità sull’immagine? Come si costruisce una soggettività creativa insieme umana, tecnologica e collettiva?
L’intelligenza artificiale può essere il mezzo per un’interrogazione della storia della moda, dei suoi canoni di bellezza, delle sue gerarchie e delle sue amnesie. Questa pratica la riconfigura in un vero e proprio dispositivo di ricerca filosofica applicata al visivo. Il dataset diventa un territorio da cartografare criticamente, i suoi bias si rivelano sintomi di pregiudizi culturali; le lacune sono spazi aperti per immaginazioni compensative. Propone, in definitiva, un modello per la creatività del XXI secolo: non più dono individuale, ma pratica collettiva e critica di ricombinazione del già dato. La moda non corre verso un futuro ipertecnologico. Compie, attraverso la macchina, un necessario ritorno alla sua origine più sovversiva: il coraggioso atto di immaginare, finalmente decolonizzato dalle proprie mitologie.
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