Nell’età moderna è divenuto sempre più difficile fare o guardare arte senza presupporre una filosofia dell’arte che dia una legittimazione alle nuove sperimentazioni. Ridefinendo per ogni epoca i concetti di bello, genio, opera, gusto e stile e ponendo così le basi per regolare il giudizio estetico e discriminare l’arte da ciò che arte non è.
Da quando Kant fonda l’estetica moderna, a quando Warhol dichiara che tutto è arte e Beuys che tutti sono artisti, i filosofi hanno prodotto un catalogo di idee che ha cambiato profondamente il nostro modo di considerare l’essenza dell’arte. Se si segue Hegel, ad esempio, si pensa l’arte come una tappa del cammino dello Spirito Assoluto, dell’autocoscienza del sapere, che cerca se stesso nella Storia e si afferra definitivamente nella filosofia (quella di Hegel appunto): l’arte allora è destinata a morire, o trapassare, in altro da sé. Considerazione più alta è quella dei Romantici, che pensano l’arte e la poesia come un sistema di inquieti frammenti capaci di alludere a quell’infinito di cui ogni artista, che coincide con l’uomo “religioso”, ha il “sentimento”. In sintonia con lo sviluppo delle città industriali, e con i loro orrori e miserie, l’estetica assume il brutto, il caratteristico o l’interessante come categorie alternative a bellezza e mimesi, i due pilastri dell’estetica antica.
L’“interessante” e il “possibile”, sono i fuochi dell’estetica di Kierkegaard, il quale innalza l’esistenza a opera d’arte. Diametralmente opposto è Marx che attribuisce all’arte una funzione ideologica, utile al mantenimento dei rapporti capitalistici di potere. Il risvolto emancipativo è invece indicato da Schopenauer, che elogia l’arte come contemplazione disinteressata capace di scioglierci da quella volontà con cui creiamo il mondo per dominarlo. L’arte conosce anche interpretazioni “scolastiche”, come quella dei Positivisti che la riducono a somma di “fatti artistici” indagabili con metodi scientifici; e se per Freud è uno sfogo “moderato” di pulsioni inconsce, secondo Jung l’arte mette il singolo in contatto con l’originario della specie, assumendo in tal modo uno statuto salvifico.
Col tempo l’arte anziché dissolversi nella filosofia si appropria dei suoi spazi di discussione. Prova ne è la filosofia di Heidegger che fa dell’opera d’arte il modello evenemenziale della Verità, riscattando il pensiero dell’Essere dalle pastoie oggettivanti della decadente metafisica occidentale.
Dell’arte del ‘900 non rispecchia più l’armonia, bensì il conflitto tra uomo e natura, società e cultura, ideali e storia. Dada denuncia gli “effetti quetistici” della bellezza e le si oppone come a un costrutto borghese e ipocrita. Picasso promuove la deformità a canone. Ma è nel mondo della merce che la bellezza tramonta e l’arte celebra la sacralizzazione del quotidiano e la propria “disartizzazione”, dovuta al collasso della creazione nell’objet trouvé (Vercellone). I linguaggi delle avanguardie pongono fine all’arte come “promessa di felicità” (Stendhal): fine della sua funzione liturgica. Ma è anche la fine del presunto sviluppo immanente dell’arte.
In Italia una delle interpretazioni più stimolanti è offerta da Sergio Givone: nell’era della fine della politica e della religione si afferma un “estetismo diffuso”. L’avvento della tecnica con la sua mancanza di scopo, assume il tratto pregnante dell’arte, ovvero la sua produttività spontanea e disinteressata.
Se l’arte è morta saranno le estetiche a venire a celebrarne le esequie, perché mai come oggi esistono tante opere nel mondo; tanti musei e gallerie; artisti, critici e curatori. Un libro, dunque, che non manca di attualità.
nicola angerame
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