Categorie: Libri ed editoria

libri_saggi | How to Do Things with Art | (jpr|ringier & les presses du réel 2010)

di - 10 Maggio 2010

Iniziamo col dire che questo di Dorothea von Hantelmann è un
ottimo libro. Non per ragioni arzigogolate; “semplicemente” perché espone idee
interessanti, inedite se non originali, e lo fa con chiarezza ma senza cedere
al vezzo della pseudo-democratizzazione (leggasi semplicismo che maschera
pochezza di contenuti). Ragion per cui è un testo che qualcuno definirà
“difficile”. Perché no? La cultura ipermoderna non ci ha forse insegnato che è
necessario saper leggere nel medesimo pomeriggio un paragrafo di Hegel e una
poesia del ministro Bondi?
Dunque, per approcciare il tema del volume è necessario
almeno sapere chi era John L. Austin, filosofo del linguaggio che ha legato il
proprio nome a quello degli speech act.
In buona sintesi: molte delle frasi che proferiamo sono di genere constativo, cioè dicono qualcosa sul mondo, e sono vere o false
(“Sto scrivendo col mio Mac”. Ed
è vero); molte altre, tuttavia, svicolano dalla constatazione e perciò pure dal
criterio veritativo, cioè sono di tipo performativo. Un esempio? Il titolo di questa recensione,
l’inizio della formula assolutoria recitata dal sacerdote che assolve il
penitente dai suoi peccati. Pronunciando quelle parole, il prete assolve.
Compie cioè un atto linguistico,
ovvero “fa cose con le parole”. E
così avviene quando ancora il prete, o il sindaco, o il capitano della nave
dichiara che “siete marito e moglie”:
il fatto stesso di dirlo in un certo contesto fa sì che voi siate
effettivamente uniti in matrimonio con la persona che vi sta accanto.

Chiarita questa distinzione, che senz’altro presenta più di
un problema a un esame ulteriore (memorabile in merito la polemica fra John R.
Searle e Jacques Derrida), la questione diviene interessante se messa a
confronto con l’ambito artistico. Dove, lo sappiamo bene, il termine performance ha un significato assai differente, e che è cambiato
– o, meglio, si è ampliato – nel corso del tempo.
La domanda che percorre e informa il libro della studiosa di
stanza a Berlino è: cosa capita se leggiamo l’arte contemporanea con la teoria
degli speech act? Cosa avviene se
risemantizziamo il termine ‘performativo’? Ma, volendo, non soltanto ci si può
“divertire” a notare come certa arte non-performativa lo sia in senso
austiniano e, d’altro canto, come certa performance art sia sostanzialmente
constativa; ci si può spingere oltre, e miscelare i livelli. L’esempio migliore
– e il capitolo più intrigante del volume – è quello dell’arte di Tino
Sehgal
. È un performer? O, meglio, un performer austiniano? La
(seconda) domanda è retorica, perché anche solo da questi brevi cenni è palese
che Sehgal “faccia cose con l’arte”.

Si dirà: non è forse ogni opera d’arte un art-act?
In effetti sì, da un certo punto di vista. Ma Sehgal fa di più: prescinde
dall’oggetto (foss’anche la documentazione, sia essa cartacea, fotografica,
video ecc.) e cala tutto vorticosamente nell’etica del rapporto interpersonale.
Arte relazionale? Senz’altro, ma priva di mediazioni, imprevedibile, evenemenziale. Un matrimonio fra performer e “visitatori”,
officiato da loro stessi. E la formula si completa solo se ognuno dice una
parola, non necessariamente quella giusta. E così sia (l’atto linguistico per
eccellenza, quest’ultimo).

articoli correlati
Dorothea
von Hantelmann su The Exhibitionist
Tino
Sehgal a Villa Reale per la Fondazione Trussardi
Derrida
e l’architettura

marco enrico giacomelli

*articolo pubblicato su
Exibart.onpaper n. 65. Te l’eri perso? Abbonati!


Dorothea von Hantelmann – How to Do Things with Art
JPR|Ringier & Les Presses du Réel, Zurich-Dijon 2010
Pagg. 206, CHF 30 / € 20
ISBN 9783037641040 / 9782840663614
Info: www.jrp-ringier.com / www.lespressesdureel.com

[exibart]


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