Categorie: Libri ed editoria

libri_storia dell’arte | Questione di sguardi | (il saggiatore 2002)

di - 24 Ottobre 2003

John Berger (Londra 1926) è una figura d’intellettuale eccentrico. E’ un critico d’arte che ha vinto il Booker Prize e scritto diversi romanzi pregni d’arte e di marxismo.
In Ways of Seeing, Berger si propone di svelare brutalmente il senso della nascita e della funzione della pittura a olio europea. E’ un progetto che va contro le letture più idealizzanti della storia dell’arte. Potrebbe durare diversi volumi, ma Berger lo abbrevia in un testo simile alla sceneggiatura di un documentario, scorrevole e di grande suggestione. In alcuni saggi costituiti esclusivamente da immagini, convincenti perché intuitivi, l’insospettabile vicinanza dell’iconografia pubblicitaria con alcuni dipinti famosi offre la prova per una “teoria del desiderio” con cui l’autore spiega il successo della pittura in quanto propaganda per i nuovi protagonisti del nascente capitalismo rinascimentale. L’accostamento di Ingres a una marca d’abbigliamento o di Hokusai a un bagnoschiuma, sono esempi brillanti del modo di muoversi tra iconologia, estetica, sociologia e semiotica del critico inglese. In Questione di sguardi il “potenziale illusionistico” della pittura a olio è accusato di aver servito la causa materialista delle nuove classi dominanti. Il genere “sperimentale” della “natura morta” sarebbe solo la celebrazione delle ricchezze materiali; il pathos del “ritratto” celerebbe malamente l’autocompiacimento della classe dirigente rispetto ad un preteso rapporto tra virtù e ricchezza; lo storico genere “mitologico” invece idealizzerebbe le qualità borghesi; l’originario sentimento panico della “paesaggistica” opterebbe infine per una godereccia rappresentazione del possesso. “La pittura a olio fece alle immagini ciò che il capitale aveva fatto alle relazioni sociali. Le ridusse all’equivalenza di oggetti. Tutto divenne intercambiabile, poiché tutto si convertì in merce” sentenzia con brevità e acutezza Berger su una pittura il cui modello “non è tanto una finestra incorniciata aperta sul mondo quanto una cassaforte incassata nella parete, in cui si è depositato il visibile“. Un visibile reso tale “da” e “per” una classe di committenti che ha escluso tutti gli altri, che committenti non erano.
Se ciò è vero dove sta allora quella “verità in pittura” di cui ha parlato Heidegger? Il “caso” Rembrandt sembra offrire un modello, nel suo passare dall’autoritratto di giovane pittore di successo (icona conforme alle aspettative della società strutturata su ideali, e quindi immagini (!), precisi) agli autoritratti di vecchio pittore capace di “mettere la tradizione contro se stessa” in una “narrazione intimista” che scopre l’esistenza come “mistero” e la pittura come ciò che forse lo può indagare.
Una visione così materialista dell’arte sembra datata. Eppure come dar torto a Berger quando dice che la pittura a olio “per quattro secoli, sino all’invenzione della macchina fotografica ha dominato il modo di vedere europeo” così come oggi avviene per lo strapotere e l’onnipervasività della pubblicità, che oltre ad essere “anima del commercio” sembra animare sia i nostri desideri sia i nostri processi identificativi, con le conseguenti frustrazioni che ne derivano? Come avversare la sua brillante e icastica descrizione dei meccanismi socio-psicologici della pubblicità? Come non restare affascinati dalla sua parafrasi stendhaliana dell’arte come “promessa di un possesso”?
Certamente si sente in questi scritti l’eco delle questioni classiste e sessiste del lontano (!?) 1972, ma in generale il libro resta una piccola miniera di spunti, suggestioni e analisi repentine che renderà piacevole la lettura della sua continuazione, Sul guardare.

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nicola angerame


John Berger, Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, Il Saggiatore, Collana La Cultura, Milano 2002, www.saggiatore.it, pp. 169, euro 16,60, ISBN 88-428-1087-8

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