L’incipit –Ornamento e delitto– è ben noto. Nel libro (1908, più o meno un secolo fa e non è un fatto trascurabile) Adolf Loos stigmatizzava gli eccessi dell’Art Nouveau. Quel che fa Hal Foster in Design & Crime è compiere una riflessione –e porre alcuni molto ragionevoli dubbi- a proposito della diffusione o piuttosto dell’estensione del design.
Il parallelo con l’architetto viennese torna perfettamente: prima di tutto per una interessante coincidenza temporale. È proprio in questi ultimi anni che lo stile floreale è tornato in auge, riscoperto e festeggiato in una serie di mostre, libri e con un discreto revival. Ed è proprio –aggiungiamo en passant– in questo stesso periodo che la moda (o meglio il fashion design) ha tratto ispirazione prima dal Giappone e poi dalla Cina. Che sono stati tra i più frequentati repertori dell’imagerie Art Nouveau.
Se la decorazione –intesa come ossessione di completezza o parossismo da Gesamtkunstwerke– per Loos è delitto, perché costringe l’uomo a trascorrere la vita con il proprio cadavere, per Foster al design (che però è un concetto più esteso rispetto a quello di ornamento di Loos) si associa inevitabilmente un certo crimine.
Su Koolhaas, Foster tornerà più diffusamente nel quarto capitolo (Architettura e impero), mentre il terzo –emblematicamente Maestro costruttore, quasi ci fosse insita la memoria di una manualità da maestro comacino- è per Frank Gehry. Dell’architetto del Guggenheim di Bilbao (spesso è chiamato genio senza alcun imbarazzo), Foster offre un’analisi puntuale e disincantata, partendo dalle prime realizzazioni –una versione funky dello stile popolare di Los Angeles– alle arcinote fantasmagorie. Spettacolari gli edifici di Gehry lo sono sicuramente, ma questo fascino spesso cela a mala pena il disorientamento forzato. È vero che l’arbitrarietà della pianta esprime la piena libertà dell’architetto, ma Foster non può fare a meno di domandarsi se questa più che libertà non sia altro che la messa in scena di un privilegio.
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