Categorie: Libri ed editoria

saggi | Design & Crime | (postmediabooks 2003)

di - 11 Marzo 2004

L’incipit –Ornamento e delitto– è ben noto. Nel libro (1908, più o meno un secolo fa e non è un fatto trascurabile) Adolf Loos stigmatizzava gli eccessi dell’Art Nouveau. Quel che fa Hal Foster in Design & Crime è compiere una riflessione –e porre alcuni molto ragionevoli dubbi- a proposito della diffusione o piuttosto dell’estensione del design.
Il parallelo con l’architetto viennese torna perfettamente: prima di tutto per una interessante coincidenza temporale. È proprio in questi ultimi anni che lo stile floreale è tornato in auge, riscoperto e festeggiato in una serie di mostre, libri e con un discreto revival. Ed è proprio –aggiungiamo en passant– in questo stesso periodo che la moda (o meglio il fashion design) ha tratto ispirazione prima dal Giappone e poi dalla Cina. Che sono stati tra i più frequentati repertori dell’imagerie Art Nouveau.
Se la decorazione –intesa come ossessione di completezza o parossismo da Gesamtkunstwerke– per Loos è delitto, perché costringe l’uomo a trascorrere la vita con il proprio cadavere, per Foster al design (che però è un concetto più esteso rispetto a quello di ornamento di Loos) si associa inevitabilmente un certo crimine. Quale sia lo scopriamo quasi subito, nel secondo capitolo: il design sembra avvantaggiare un nuovo tipo di narcisismo, tutto immagine e niente interiorità, un’apoteosi del soggetto che è anche la sua potenziale sparizione, scrive. La sentenza sarebbe già così formulata in termini abbastanza chiari: design è ovunque ed è quasi qualsiasi cosa, dal divano di casa, alla chirurgia estetica (la tua faccia cadente, dice l’autore); più che una figura professionale specializzata il designer è una sorta di paradossale deus ex machina. Che può permettersi –come fa Rem Koolhaas– di acquisire il copyright delle sue frasi più famose.
Su Koolhaas, Foster tornerà più diffusamente nel quarto capitolo (Architettura e impero), mentre il terzo –emblematicamente Maestro costruttore, quasi ci fosse insita la memoria di una manualità da maestro comacino- è per Frank Gehry. Dell’architetto del Guggenheim di Bilbao (spesso è chiamato genio senza alcun imbarazzo), Foster offre un’analisi puntuale e disincantata, partendo dalle prime realizzazioni –una versione funky dello stile popolare di Los Angeles– alle arcinote fantasmagorie. Spettacolari gli edifici di Gehry lo sono sicuramente, ma questo fascino spesso cela a mala pena il disorientamento forzato. È vero che l’arbitrarietà della pianta esprime la piena libertà dell’architetto, ma Foster non può fare a meno di domandarsi se questa più che libertà non sia altro che la messa in scena di un privilegio.
La seconda parte del libro affronta problematiche legate più strettamente all’ambito artistico: dal Museo alle posizioni della critica. Interessante –anche se un po’ ostico per il lettore non informato dei fatti– è il capitolo Critici d’arte in extremis che ripercorre le vicende della storica rivista Art Forum. Finale di partita in odore di moderato ottimismo: la fine dell’arte -nonostante tutto, 11 settembre compreso- è lontana. Ci arriviamo passando attraverso le poetiche spettrali di Jim Jarmusch, di Rachel Whiteread, di Kara Walker, di Stan Douglas. E l’immagine ricordo, del day after, ma soprattutto del continuare-a –vivere è Island within Island (1993) di Gabriel Orozco. Dove c’è lo skyline di Manhattan: dal vivo e in un’improvvisata maquette fatta di rifiuti.

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mariacristina bastante


Design & Crime / Hal Foster, postmedia 2003, 144 pp, 19 illustrazioni, isbn 88-7490-003-1, 14,50 euro, www.postmediabooks.it, books@postmediabooks.it

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