Il tema dei falsi rinascimentali è uno di quelli che vengono volentieri ripresi dalle cronache, qualche volta anche con interessanti esiti: un campo in cui era maestro Federico Zeri, spesso ricordato a proposito di casi eccellenti di falsificazione come, ad esempio, il celebre trono Ludovisi che, per lo storico scomparso, è da ritenersi opera ottocentesca. Non a caso, a proseguire gli studi nella direzione suggerita da Zeri, è Andrea De Marchi che gli fu vicino e che, come scrive nell’introduzione al testo qui presentato, deve molto del materiale pubblicato all’assidua frequentazione della fototeca di Mentana. Agli esempi di metodo, dunque a affascinanti casi di falsificazione di opere d’arte, è dedicata l’ultima parte del testo, corredata da tutte quelle annotazioni tecniche (le firme apocrife, i processi di antichizzazione delle tavole, il “dettaglio che inganna”, ecc.) gradite agli specialisti ma anche ai curiosi. E seppure questa sia la parte più zeriana della ricerca, quella forse più attesa, le vere novità sono nei primi due capitoli che indagano la vasta letteratura sui falsi e sui falsari, tracciandone per la prima volta un profilo storiografico e, non ultima, l’estetica. Cosa non immediata se si tiene conto del cliché romantico che domina la scena, talvolta incentivato dalla critica. Coraggiosamente, De Marchi, si dichiara assertore di una pratica oggi considerata da alcuni obsoleta, la connoisseurship , e, comunque la si pensi, i risultati qui ci sono. E hanno un nome e un cognome. Il Falsario in Calcinaccio, figura forse riconducibile a Umberto Giunti è l’autore del dittico in copertina di collezione privata laziale; ci sono nomi celebri come Icilio Federico Joni, autore di una delle tante tavole rintracciate sul mercato antiquariale svizzero, campo d’investigazione privilegiato di questo studio. Falsi da museo come la Santa Tecla di Bruno Marzi del Museo d’arte e di Storia di Ginevra, la terracotta con la Flagellazione conservata alla Fondazione Bagatti Valsecchi di cui qui si ipotizza un’esecuzione novecentesca dovuta a Alceo Dossena. Insomma i “primitivi italiani” si confermano un territorio insidioso dove sono caduti nomi eccellenti, da Longhi a Berenson, ma soprattutto un circolo omertoso dove le incursioni come questa oltre che rare sono sempre più gradite.
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