Categorie: Libri ed editoria

“Se tutto è arte…”, l’ultimo libro “giacobino” di Roberto Gramiccia

di - 4 Marzo 2020

L’arte non se la passa bene: il quadro clinico è allarmante, l’anamnesi impietosa, la diagnosi inesorabile, la prognosi incerta. Ce lo racconta l’ultimo libro “giacobino” di Roberto Gramiccia – medico, saggista, curatore e critico d’arte – scritto, con lucida passione e con partecipata sofferenza, al capezzale del malato. L’autore – è evidente – ama il proprio paziente, si infervora, tribola, soffre, inveisce, accusa, tenta soluzioni terapeutiche. L’arte – ci spiega – è mortificata dai potentati economici, dal pensiero unico della finanza e delle banche, asservita alle speculazioni del mercato, ridotta a merce, a prodotto finanziario, messa a catena al servizio del profitto. «Penso proprio si possa affermare che quella che viviamo sia l’epoca più sterile in senso assoluto. Non solo non nascono più grandi artisti, ma nemmeno grandi poeti, letterati, filosofi e musicisti», sostiene. L’arte soffre di una mancanza di senso («L’arte è tutto ciò che gli esseri umani definiscono arte» scriveva Dino Formaggio) e di orizzonti definiti (ha dimenticato cosa sia la misura, il limite, il metron caro ai pitagorici). Sembra aver perso ogni contatto con il thauma (quel senso di stupore misto a paura che avvicina l’arte alla possessione panica), con l’aìsthesis (la percezione mediata dai sensi e dalla mente), con ogni parvenza di perimetro identitario, col minimo lacerto di realtà («perché l’arte ha sempre a che vedere con la realtà, indipendentemente dai linguaggi e dagli stili che sceglie per esprimersi»). In tale contesto, sregolato e caotico, hanno la meglio quegli artisti le cui qualità imprenditoriali sopravanzano il talento creativo. Tre nomi su tutti, «tre star incontrastate del pantheon dell’arte post-contemporanea»: Jeff Koons, Damien Hirst e Maurizio Cattelan. Tutto questo con la colpevole connivenza di critici, curatori, case d’asta, gallerie (viene citata la catena Gagosian). L’autore articola le proprie tesi dichiarando di far propria la teoria marxiana che «colloca l’arte entro un ambito che viene definito sovrastrutturale, in rapporto stretto con la struttura economica della società… Oltre all’arte, alla sovrastruttura attengono: la filosofia, il diritto, le varie forme di pensiero, le attività spirituali in genere». Ma tutte le teorie – compresa quella dell’hegeliano Marx – non hanno forse come necessario presupposto il pensiero, unica reale struttura portante dell’arte, dell’economia, della politica e di tutte le altre categorie attraverso cui ci si palesa? Constatando, infine, che alla politica l’autore riconosce un ruolo cruciale («…Recuperare all’arte la propria autonomia non è un problema solo degli artisti. È un problema di tutti… Ho la consapevolezza e la convinzione che si tratti, infatti, di una faccenda squisitamente politica»), restiamo sorpresi dal tenore oltremodo feriale di certi riferimenti rapsodici al pensiero unico neoliberale (ma ogni ideologia, purtroppo, aspira al pensiero unico), alla vecchia diade sinistra-destra, ai mantra rituali: fascismo, nazismo, nazifascismo, Hitler, Mussolini e via giaculando. E ancor di più ci lascia perplessi l’incauta postfazione di Pietro Folena dove si legge «…non sarebbe giunta l’ora di dar vita a un fronte nuovo delle Arti…? Di immaginare una grande mostra di questo Fronte che proponga i valori radicali dell’Antifascismo?» e dove si propone di «immaginare garanzie, protezioni, istituti che permettano di liberare l’artista dalla totale dipendenza dal mercato». Povera arte! Dalla padella alla brace… tirata per la collottola dai gestori dell’economia e dagli amministratori della politica! Non sarebbe più proficuo, piuttosto, volgere l’attenzione a quel pensiero multiforme e sfuggente che ininterrottamente genera e innerva arte, economia, politica?

Roberto Gramiccia,

Se tutto è arte…,

Mimesis Edizioni, Milano 2019,

pagg. 123,

euro 12

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