L’arte della gioia mi ha cambiato la vita. Due volte. La prima a quindici anni, la prima volta che ho letto il romanzo. Oggi, dopo dieci anni, di nuovo.
Un romanzo picaresco – una narrazione apparentemente autobiografica che racconta la vita del protagonista dalla nascita alla vecchiaia. Modesta, il soggetto principale, e Goliarda, la sua autrice – due donne, la stessa donna. Le loro vite si intrecciano, si mescolano, si respingono per poi ritrovarsi negli altri personaggi del racconto.
Goliarda Sapienza nasce nel 1924 da Carlo Sapienza, avvocato socialista, e Maria Giudice, sindacalista e prima dirigente donna della Camera del Lavoro di Torino. Entrambi vedovi: sette figli lei, tre lui, vivono la loro vita insieme in libera unione, senza mai sposarsi. Partorisce i suoi genitori per mezzo della scrittura – scrive il critico letterario Domenico Scarpa – riscrivendo e capovolgendo la propria vita e diventando arbitra del loro destino.
Il romanzo, iniziato nel 1967 e ultimato nel 1976, non raggiungerà il pubblico fino al 1998, quando il marito, attore e scrittore Angelo Pellegrino, pubblicherà il romanzo integrale e postumo (Sapienza muore nel 1996) a proprie spese. Rifiutato perché “troppo tradizionale” – prima – “troppo sperimentale”, poi. «L’arte della gioia deve essere un romanzo maledetto: per causa sua Goliarda si ridusse in assoluta povertà, e andò persino in galera», scrive Pellegrino nella prefazione. Nel 2024, oltre cinquant’anni dopo la stesura, la trasposizione cinematografica de L’arte della gioia ha incantato il pubblico alla 77ª edizione del Festival di Cannes.
Modesta nasce il primo gennaio del 1900 in una povera famiglia catanese. Ma è avida di esperienza, di sapere. Dalla povertà al convento, dalla nobiltà alla vendita di tutti i beni per rifuggire dal cadere schiava del suo essere padrona, Modesta sfrutta, deruba, osserva, respinge, cura, ama e odia le persone che condividono con lei un tempo, uno spazio, affinando l’arte della gioia. Non ha morale, né eroi in cui crede, come ripete spesso nel romanzo. Vive la sua vita inseguendo la libertà – sessuale, politica, sociale, di vita e di morte – con la fascinazione delle “belle parole” e rifiutando qualsiasi etichetta.
– Oh, Jacopo, perché mi vuoi mettere un’etichetta anche tu?
– Beh, per capirci, per maneggiare le parole…
– Mentono le parole, appena hai detto una parola questa ti ricade addosso come il coperchio di una bara.
Così come Modesta, anche Sapienza sfida le regole, alternando i registri linguistici, passando dalla prima alla terza persona, come a voler entrare e uscire da Modesta, vivere intensamente attraversandola, per poi respingerla e odiarla. Non sta simpatica, Modesta, ma seduce i lettori con la sua libertà che, scardinata dalla morale, genera invidia. Vorremmo tutti essere Modesta, nessuno di noi se lo può permettere.
Senza pedagogia, il romanzo ci abbandona a domandarci: cos’è, veramente, l’arte della gioia?
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