Categorie: Mercato

Più digital del digital. Oltre $3 milioni per le opere NFT di Andy Warhol

di - 5 Giugno 2021

Si chiama Machine Made ed è l’asta online di Christie’s che ha puntato i riflettori su 5 opere digitali create da Andy Warhol nel 1985. Sono state recuperate da floppy disk – ormai illeggibili sui computer moderni – nel 2014, e poi “rigenerate” dalla Andy Warhol Foundation for Visual Arts sotto forma di inalterabili, insostituibili, indistruttibili NFT. Il risultato? Lavori più digital che mai, venduti al tempo stesso a collezionisti di crypto art e di opere in real life, per un totale di $ 3.377.500.

Due autoritratti di Warhol (aggiudicati, rispettivamente, per $870.000 e $ 562.500), l’immancabile Campbell’s Soup Can ($1,170,000), un fiore rosso su sfondo nero ($525,000) e l’iconica banana che tutti associamo ai Velvet Underground ($250.000): è questo il bottino – andato ovviamente sold out – offerto dalla maison di Pinault. Anche stavolta, come per Everydays di Beeple (qui) e come l’NFT di Gucci (qui), le stime di partenza erano indicate come unknown, sconosciute, mentre il bidding iniziale era stato fissato a $10.000 euro per ciascuna delle opere in catalogo. Le polemiche, però, non si sono fatte attendere.

Si tratta davvero di opere “originali”? L’opinione di Golan Levin

L’esperto Golan Levin, Associate Professor of Art alla Carnegie Mellon University e Direttore del Frank-Ratchye STUDIO for Creative Inquiry, ha comunicato forte e chiaro la propria titubanza sui lavori messi all’asta. «Mentre pubblicizzate l’autenticità dei “cinque disegni originali” di Warhol sulla blockchain di NFT», ha scritto su Twitter mentre l’incanto online era ancora in corso, taggando Christie’s e il CEO Guillaume Cerutti, «sono preoccupato che i vostri collezionisti possano essere confusi su ciò che stanno acquistando – dato che non state mettendo all’asta gli originali, che sono stati creati a una risoluzione di 320×200».

Insomma, non si tratterebbe, per Levin, di opere “originali”, ma di artworks modificati secondo le tecnologie del nostro tempo, con risoluzione ben più elevata (6000 x 4500) di quella possibile negli anni ’80. «Istituzioni culturali, gallerie ed editori», specifica in un altro tweet, «pensano costantemente che “alta risoluzione” significhi “migliore qualità” o “originale”. Questo discorso crolla completamente per gli originali a bassa risoluzione, come i veri originali dei disegni Amiga di Warhol, creati a 320×200». Ma lo scambio a colpi di tweet sembra non aver scoraggiato le offerte dei collezionisti, che hanno confermato senza indugio il proprio entusiasmo a sette zeri.

«Dopo eventuali compensazioni per le emissioni di carbonio associate al processo di conio», fanno sapere dalla casa d’aste, «i proventi della vendita andranno a beneficio della Fondazione, un’organizzazione filantropica senza scopo di lucro che concede sovvenzioni. Oltre a offrire un sostanziale finanziamento annuale per l’Andy Warhol Museum, le iniziative della Fondazione forniscono un sostegno vitale agli artisti che lavorano in tutto il Paese, comprendendo i fondi di emergenza per gli artisti colpiti dalla pandemia del COVID-19».

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