La sua performance è un recitato di gesti sinuosi, disperati, vivi, contorsivi; a riflettere è l’artista che si muove con una benda bianca sugli occhi, le mani inguantate, tra il pubblico. Srotola una corda, tende una rete tra sé e chi la guarda, s’imprigiona legandosi il corpo.
Ai suoi movimenti si accompagnano le immagini in movimento del video (’15): in contemporanea realtà reale e realtà video-virtuale.
La cieca, attraverso gli oggetti a specchio che dispone a terra e i progressivi autoincordamenti, denuncia che nel reale la cecità resta anche quando si continua a guardare. Le circostanze possono cambiare, i risultati non coincidere, come immagini allo specchio, capovolgersi.
Le scritte scorrono in secondo piano, sulla pelle, grafie luminose sul volto, sui retropannelli. Le immagini dicono ritmi di lotta sofferta, metamorfosi totale, distruzione, le scatole-prigioni fatte pezzi, di nudità.
Cosa vediamo quando guardiamo uno specchio? L’opera-performance di Loretta Viscuso, laboratorio dello sguardo, coinvolge il pubblico in questo interrogativo. Piccoli sacchetti con dentro specchi vengono disposti in fila: sono le risposte.
Stanno in chi le dà, in chi si specchia, negli oggetti che compongono il plexiglass, nelle azioni della performer. Le risposte possono dire tutto e niente; come il vetro degli specchi, vuoto quando nessuna immagine si guarda.
Come la pittura e la fotografia, alcuni tra i generi rappresentati allo studio D’Ars, rispondono a quella domanda. Pia Panseri, con The black mirror e Motel paradiso stanza 516 usa l’impasto di colori, forti, erotizzanti, rappresentando il riflesso degli amplessi che si guardano su uno specchio a plafone.
Giovanni F. Garasto scrive accanto alle sue foto, Riflessi: Stessa finzione, stessa confusioneestrema. Banalmente, lasciamo che le immagini si fondano – innegabile segno della nostr’autocosciente stratificazione. Questo e quello insieme come tu ed io visitanti: buco temporale, casualmente riempito di senso (e di sensi). Ne deriva un’euforiaminimale di primo e secondo e terz’ordine, difficilmente compatibile con la razionalità militante.
L’oggetto della ricerca fotografica di Giovanni Pelloso è invece lo schermo televisivo. Esso costituisce la superficie osmotica di contatto fra due realtà: il lontano da noi, l’altrove, il non percepibile. Come il volto rispecchiato in qualche modo ruba se stesso, la propria immagine riflessa, così le immagini di Pelloso sembrano rapimenti catodici.
Altri lavori altrettanto interessanti partecipano alla collettiva: opere di pittura tradizionale, (Beniamino Ponza e Graziano Guarneri), foto-pitture (Anna Tavani), composizione a colori acrilici su specchio (Stefania Siragusa), un quadro-installazione a specchi + materiali vari e disegni ( Monica Molteni).
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D'improvviso persone a cui volevi bene e che consideravi amiche ti schiacciano senza rispetto e senza alcun motivo apparente.
Non è colpa mia...
.... separati in casa?
ciao, Biz.
scusate, ma non ce la faccio a stare zitto, bisogna che corregga questo incompetente:
non si dice "realtà reale", si dice realtà fisica o fenomenica; non si dice "realtà video-virtuale" ma, semplicemente, realtà virtuale (se l'oggetto è il Video), o realtà diegetica (se l'oggetto è il Cinema).