Nove grandi fotografie e un video illustrano la nuova serie di lavori dal titolo Separation. La “separazione” alla quale si allude nel titolo è quella che avviene tra una madre e suo figlio, rappresentati nelle fotografie con delle tute di Latex nero che coprono interamente i due corpi. Solo i grandi occhi azzurri del bambino sono visibili, e lasciano intravedere uno sguardo agghiacciante.
Fin troppo chiara la metafora dei corpi ricoperti da una seconda pelle, insensibile, feticista.
Ma oltre questo violento primo piano costituito dall’evidenza della narrazione, cosa raccontano le opere di Olaf? Sono immagini che tutti hanno già negli occhi, perché affollano quotidianamente riviste e televisioni; sono i personaggi (qui declinati al nero) che abitano gli immensi manifesti pubblicitari. Non è un caso che in passato Erwin
Il filo rosso che attraversa questo immaginario costante tra fotografia, moda, pubblicità, televisione, cinema è quello di una messa in scena sempre calibrata attorno ad un’atmosfera satura, ad un umorismo nero, freddo e sopra le righe, violentemente antirealistico e vagamente inquietante. Tutto questo viene proposto con un lessico traboccante, dove tutti gli elementi della rappresentazione sono facilmente reperibili e dove nessuna sfumatura è taciuta. Allora ecco comparire quel modello di scarpa, o l’ultimo gioiello di Cartier, come a voler tratteggiare un diagramma del feticismo.
Tra i molti riferimenti si scorgono David La Chapelle, Gregory Crewdson, Joel-Peter Witkin… Anche se resta un che di dimostrativo nei temi prescelti, Olaf è uno dei pochi artisti che, anche se maldestramente, si confronta frontalmente con temi come la bellezza, il grottesco e la pura superficie dei corpi e delle cose.
riccardo conti
mostra visitata il 2 dicembre 2003
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