Guido Guidi (Cesena, 1941), in occasione della seconda personale nello spazio di Alessandro De March propone una serie di fotografie dal titolo Bunker. Il nome del progetto si riferisce alla complessa linea di fortificazioni militarti voluta dal Terzo Reich conosciuta come Atlantikwall, estesa per oltre 6000 chilometri da Capo Nord ai Pirenei.
Di questo mastodontico confine, politico oltre che architettonico, Guidi ripercorre alcuni frammenti, raccontando con le sue immagini cosa rimane della forte linea di demarcazione, e di come una simile architettura concepita con l’idea di controllo sui confini si sia progressivamente trasformata in altro.
Guido Guidi è senza dubbio tra i fotografi che più puntualmente hanno esplorato i confini del paesaggio contemporaneo e le sue mutazioni. Anche in questa occasione, il suo occhio non si limita però a descrivere queste porzioni di territorio e di paesaggio con fredda intenzione documentaristica. Al contrario, la serie di fotografie di piccole dimensioni interpretano e restituiscono le forme, talvolta bizzarre e misteriose, degli insediamenti militari. Quelli che in alcuni scatti sembrano rigonfiamenti del terreno, o morbide conformazioni del territorio, nascondono in realtà l’intenzione di mimetizzare e proteggere queste strutture, che talvolta emergono e altre volte appaiono come semplici fessure da dove guardare senza essere visti.
Alcuni tagli, alcuni accorgimenti architettonici potrebbero far pensare che la macchina fotografica abbia ripreso esempi di architettura razionalista inserita nel paesaggio. La stessa architettura che qui stranamente ricorda le opere di un architetto su cui Guidi ha molto lavorato come Carlo Scarpa. E ancora, in altri scatti si ha persino la sensazione di osservare la documentazione fotografica di qualche land artist che abbia abbandonato lungo il vasto territorio uno straordinario labirinto di calcestruzzo armato ormai in disfacimento.
In tal senso, Guido Guidi riesce a restituire un puro valore formale ai soggetti: le sue fotografie anche se documentano luoghi così fortemente connotati di valore storico e sociale, sembrano come arretrare in tali significati, per ridarsi come nuovi soggetti. L’obiettivo dell’artista mantiene sempre una distanza da quelle forme, le riprende, le asseconda nelle inquadrature, ma non vuole mai conferire loro un particolare tono emotivo. Non ci sono accenti drammatici o malinconici nella scelta delle illuminazioni o nella scala cromatica della pellicola.
La figura umana, anche se non completamente assente, sembra come dissolversi nell’ambiente, e i pochi personaggi che di tanto in tanto fanno capolino tra queste strane archeologie sembrano presenze completamente aliene al luogo. Amplificando se possibile, il forte senso di sospensione temporale delle immagini.
riccardo conti
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