Entrando nella galleria una staccionata si pone come barriera. Un gesto concettualmente forte da parte di Durant che pone come prima immagine della sua seconda personale un discrimine architettonico, ulteriormente esplicitata dalla bandiera-manifesto che pende dalla sbarra con il motto delle panthers (il partito rivoluzionario marxista nato negli Usa nel 1966) :“We Are All Outlaws in the Eyes of America”.
Mostra fin da subito dichiarata come politica. Intervento che si pone anche come ideale prosieguo della mostra precedente in questi spazi, quella dell’italiano Luca Vitone, anch’essa concepita quasi come un manifesto programmatico del pensiero libero, dell’utopia sociale e politica.
Ancora una sedia, come ormai dichiarata cifra stilistica dell’artista. La sedia come metafora di altro, simbolo di potere, di posizione. In questo caso, la grande sedia di vimini è la copia della seduta di Huey Newton nel celebre poster del movimento black panthers. Un trono quindi, come a voler fissare un centro, e a celebrare la figura di Newton. Ma la stessa sedia è qui collocata nel mezzo di uno specchio quadrato che ribalta l’immagine così da offrire l’idea di un monumento incerto che non poggia su di un piedistallo solido, ma su di una base che “riflette” spazio e senso. Come a voler sottolineare la precarietà del potere e dell’utopia.
Tutt’attorno sono fissati in cornici nere decine di disegni eseguiti a matita e a carboncino che ricalcano foto del movimento delle Pantere Nere e manifesti, alcuni bellissimi, riproposti dall’artista in malinconico bianco e nero. Da un lato per portare all’estremo i toni, dall’altro per tornare senza facili entusiasmi sui dettagli, estetici e contenutistici, del movimento controculturale.
Anche in quest’occasione Sam Durant descrive con le sue opere le infinite gestazioni dei gruppi sociali verso il concepimento dell’utopia e dell’idealismo a volte fallimentari. In tal senso l’artista struttura l’allestimento in modo da creare ipotetici link tra la storia delle Black Panthers e le immagini riprodotte al negativo ed applicate su specchi che documentano i recenti conflitti tra contestatori e forze dell’ordine nel mondo.
I progetti di Durant non sono da intendersi come opere isolate, ma come tanti tasselli di un discorso che si può ascoltare attraverso il passaggio attorno alla lunga staccionata che accompagna il visitatore da uno spazio all’altro, ma soprattutto tra momenti storici differenti.
Ed è curiosa quanto sorprendente nella poetica dell’artista la vicinanza di temi e immagini apparentemente isolati fra loro. Il rapporto tra architettura, movimenti sociali contemporanei, musica pop e arte concettuale. Come per questa mostra in cui il gruppo delle Black Panthers è stato oltre che un movimento fortemente politico anche una bacino ricchissimo che ha generato fenomeni estetici; si pensi alla blackexpoitation per il cinema, ai fenomeni di costume fino alla contaminazione musicale in diversi generi che ne hanno poi tracimanto in altro il significato politico. Sam Durant ben cosciente di tutto questo, propone non solo uno spaccato socio-politico, ma anche una riflessione colta ed insieme pop di un segmento fondamentale della visual culture.
riccardo conti
mostra visitata il 11 maggio 2004
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Grande mostra! in questo momento la migliore a Milano in una galleria privata. La Sign.ra Fontana ha classe !