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‘I am Orpheus,’ he said, ‘cursed to live / forever, bereft of love, and now left / among these living green things / that by their fecundity mock my living / death. My woe is legend…’”. Così raccontano alcuni versi di
Orpheus among the Cabbages, poesia scritta da Tim Bratt, un poeta californiano che rielabora il testo teatrale di Peter Tompkins e Christopher Bird, dal titolo
Love among the Cabbages. In entrambi i testi, la pseudo-scienza e gli effetti degli influssi delle piante sulle reazioni e le relazioni umane riflettono un dialogo svuotato.
Una comunicazione privata della vita umana e, quindi, inerzialmente diretta alla staticità della vita vegetativa. Una corrispondenza, questa rivisitazione letteraria, basata su spazi mentali che si trasformano in luoghi reali, in luoghi dell’accaduto senza fine, dopo la fine. Proprio come nella collettiva
Kabul 3000 (Love among the cabbages), queste parole trascinano l’occhio di chi le legge verso un punto ben preciso, nel quale ogni installazione, ogni scultura e ogni idea legata alla rappresentazione formale della materia diventa un tema.
Quattordici artisti, provenienti da diverse nazioni e culture, sono stati chiamati a fare i conti con gli effetti compositivi e i mezzi possibili per riunire e poi condensare la modulazione della
cosalità, quella pratica del fare in rapporto alle contraddizioni e alle costrizioni della forma oggettuale.
C’è chi usa il quotidiano quasi fosse un complicato punto di vista sul mondo (
Martin Oppel) o chi fa della catacresi linguistica un trampolino per dialogare con l’ironia (
Klaus Weber) o, ancora, chi usa la scultura per scardinare e reinventare nuove leggi gravitazionali (
Nathan Mabry). Tre modi per restituire allo sguardo uno spazio alterato, stinto nel passaggio che comincia nella proporzione del concetto e si compie nella natura artificiale della tridimensionalità artistica.
Poi c’è chi lavora sulle contraddizioni apparenti. L’uno reitera la leggerezza del pensiero nella forza quieta di un supporto lapideo (
Pietro Roccasalva), mentre l’altro, posto accanto seppur distante, non può fare a meno di parlare di viaggi e contenzioni antropologiche (
Hans Schabus) con l’enigmatica
Der Schacht von Babe.
Gli spazi della galleria, tagliati in maniera discontinua, proseguono frastagliati e interrotti, anticipando, per poi proporre d’improvviso, un momento di segmentazione visiva. Poco coesi e quasi nascosti, si rivelano quindi al visitatore due altri lavori, degni di curiosità, due manufatti avvicinati perché assimilabili dallo stesso metro quadro d’esposizione. La prima opera è un’installazione composta semplicemente da due tappeti e da alcune candele, un assemblaggio visivo più che evocativo, che sprigiona un potente preparato di valori etnici (
Victor Man). Mentre in corrispondenza giace chiuso, arrotolato, minimale, patinato e leggero un nuovo lavoro dello sfuggente
Christian Frosi, concentrato sul
nascondimento.