Franco Guerzoni (Modena, 1948) spiega in catalogo come l’idea di mettere in mostra i suoi lavori degli anni Settanta nasca in conseguenza di un ritrovamento. Spiegazione comprensibile in quanto naturale espressione di un sentimento provato nei confronti dei propri esordi. Un ritrovare che tuttavia in questo caso è qualcosa di più, in quanto elemento caratterizzante tutta la sua poetica e come tale identificato dalla critica. È d’altronde innegabile che l’intera ricerca di Guerzoni riceva da queste prime prove l’attivante, la direzionalità di un percorso, la caratterizzazione di un’identità definita da un procedere per accumulo, da un’interazione metodica -dispiegatasi appunto come un ritrovare– che vuole sovrapposte sinesteticamente materie, immagini e parole.
Guerzoni di certo narra, da sempre riflette sulla memoria, sul tempo. In questo caso però riflette e fa riflettere anche sul linguaggio fotografico. Ad essere rovina, reperto, oggetto della sua ricerca è difatti la fotografia stessa, in quanto rappresentazione di un’apparenza, traccia di ciò che si era vissuto, di ciò che si era individuato come significativo. La fotografia –nonostante l’enigmatico e seducente legame fisico che mantiene con la realtà- non è mai una duplicazione secondo verità del dato reale. Semmai è la rappresentazione dell’impossibilità di una tale duplicazione. Nel suo porsi quale espressione del mondo del fotografo -che è principalmente testimone di se stesso- il fotografico è il frutto di molte scelte, di interpretazioni e di volontà comunicative, è in sostanza un reale artificiale. Guerzoni, operando concettualmente, pone in evidenza il carattere fondamentalmente astratto di questo linguaggio. E lo fa negandogli lo statuto oggettivo di documento nelle serie Archeologia e Affreschi, unendo all’immagine fotografica frammenti di m
Qui le fotografie, che rappresentano cumuli di pietra, affreschi murali o pagine estratte da testi scientifici, vengono sottoposte ad un trattamento diretto da parte dell’artista che interviene talvolta attraverso stucchi e segni di grafite, altre volte con pigmenti di alluminio. Creando così forme surreali attraverso i cristalli di salnitro, sempre per confondere ed occultare, per meglio esprimere l’irrealtà effettiva di un linguaggio. Quello di Guerzoni è un lavoro concettuale che rimanda ad un approccio metodologico dadaista e fortemente sperimentale. Sono gli anni Settanta e c’è dentro molta pittura è vero, ma il metodo, i contenuti stessi della riflessione risultano essere di grande attualità e propri di molta fotografia contemporanea.
Redazione Exibart
mostra visitata il 30 gennaio 2007
[exibart]
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