Quattro sguardi simbolici, quattro visioni vere ed insieme irreali, disseminate in un percorso espositivo che ribadisce la forza atemporale del linguaggio
Commenti coloristici che nella loro autarchica testimonianza si dispongono come binari paralleli di palpabili visioni del reale, trasfigurato dal demiurgico tratto di quattro “creazioni dell’intelligenza”.
Creazioni che nei nomi di Boyer, Frangi, Iudice e Martinelli, incarnano quel “dialogo di pittura” inesorabilmente disperato nel montaliano tentativo di “mutare in nulla lo spazio”, il “tedio malcerto” in un fuoco certo, sottile espediente di un gioco mentale in grado di sfidare gli ambigui confini di un visibile subdolamente definitivo.
Un visibile che la matita di Andrea Boyer ritaglia in modo allusivo, tramite un segno visionario che nell’incisione dell’indicibile traccia il contorno di una inquietante realtà onirica.
Attraverso piccoli particolari, volti ad esaltare un corpo privo di caratteri identificatori, viene filtrata l’eleganza di una posa, l’abbandono di un gesto, il silenzio di una esistenza che affida il suo messaggio segreto alla sensibile monocromia di una concreta
Una figurazione in cui assoluti protagonisti divengono i volumi, nel loro continuo alternarsi di pieni e vuoti attenti a restituire una bellezza che nel suo lato indecifrabile svela il fascino concreto del familiare e dell’ignoto.
Un gusto per il familiare che l’arte di Giovanni Iudice coglie provocatoriamente nell’aspetto quotidiano ed anonimo, pronto ad esprimere quel grado di universalità comune agli angoli più sperduti dell’Individuale.
E proprio dall’isolamento delle figure, ossessivamente scandagliate dall’occhio dell’artista, trapela il silenzio di una realtà superiore, quasi metafisica, intima nel suo emblema più sensibile, inerme di fronte all’intrusione di un gesto che, tramite sfocature e messe a fuoco, immortala sul vuoto di un foglio lo stupore di uno sguardo.
Un gesto che Giovanni Frangi intinge nella forza di un colore, di una pennellata, consapevole della forte carica emozionale di una materia che nella sua primordiale fisicità dà vita ad una autonoma struttura compositiva.
Talmente autonoma che l’artista stesso, nel momento in cui comincia “a pastellare giovani donne nel turbine del movimento fatto quiete”, avverte un’impalpabile riluttanza a cedere di fronte al suo tocco, nella ribellione di un colore che solo dopo alterne fasi di corteggiamento accetta di farsi interprete di una nuova visione.
Una visione che comprende l’irregolarità di un segno, l’esplosione cromatica di una forma, l’inquieta mutevolezza di una macchia imprevedibile, complici di una pittura che si rifiuta di occupare passivamente uno spazio, cogliendo essa stessa l’occasione di diventarne partecipe.
Una pittura che in Andrea Martinelli si mostra apparentemente più docile,
Colori lividi, venosi, aspri nell’incidere i quotidiani tormenti che, per intensità, divengono parte incancellabile di queste presenze spettrali, disperatamente appese al filo di un’arte che, grazie al suo potere alchemico, le può riscattare dalla graffiante sofferenza di un isolamento espressivo altrimenti invalicabile.
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