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fino al 17.XI.2007 | Florian Slotawa | Milano, Galleria Suzy Shammah

di - 26 Ottobre 2007
Che differenza c’è tra la vita e l’arte? Cosa cambia fra la realtà e la sua rappresentazione, fra l’oggetto e la sua immagine, fra l’uomo e le sue visioni, fra il presupposto e l’accaduto? In verità, proprio niente. Così sembra rispondere Florian Slotawa (Rosenheim, 1972). Alla prima personale in Italia, l’artista tedesco decide di non fare arte. O, meglio, di non fare arte visibile. Sceglie di non scegliere, di non estinguere il dilemma. Quel dubbio che sorge quando ci s’interroga sulla manifestazione dell’espressione. Quando serve capire se l’idea, attesa al varco, debba passare prima attraverso l’annunciazione della forma oppure andare oltre l’emicrania dei contenuti.
Appena si entra in galleria, anche per chi è un abitué, tutto è impensabilmente come sembra. Cioè bianco, candido. Alle pareti l’intonaco rimane libero, spurio da qualsiasi obbligo di fungere da supporto. La verità è sempre un’altra, pare. Sono proprio le pareti a reggere e a sgravare dall’alto l’installazione di Slotawa, Ceiling. L’artista ha ricostruito a Milano il controsoffitto del proprio studio berlinese, appartamento che è stato costretto a lasciare. L’unico indice reale di un cambiamento “di stato”, l’unico indizio di questa mimesi, proviene dalla luce. Basta fare un giro per le stanze intonse e, nell’arco di poco tempo, si realizza il vuoto acceso e forse provocato dall’illuminazione alienante. I tubi alogeni risultano infatti inadatti a qualsiasi tipo di esposizione, a qualsiasi tipo di valorizzazione di opere d’arte.
Così facendo, si ribaltano alcuni parametri e valori che spingono a chiedersi quale posto sia giusto confermare o conferire all’arte in sé. Il lavoro non si nasconde tanto nelle pannellature metalliche sopra la testa di chi osserva. Probabilmente i rivestimenti che gonfiano i muri e fanno persino imbestialire chi credeva di essere venuto a vedere una mostra di oggetti improbabili, quelli che solitamente l’artista realizza. La peculiarità di questo studio, e della sua realizzazione, si nasconde nel senso. Nel concetto di dimensionamento spaziale e nella manifestazione aleatoria del rifacimento. In quell’estetica del cambiamento che applica una trasposizione, una traslitterazione dell’arte dalla forma alla materia, dall’oggetto all’oggettivazione, dal luogo all’architettura dello spazio.
A chi desiderasse osservare da vicino i lavori di Slotawa, o per chi solo volesse capire quanto sia stretto e latente il connubio fra la galleria e l’opera, così come a chi provasse a indagare la solidità degli intenti di gallerista e artista, è consigliato di recarsi anche al numero civico 65 di Corso Garibaldi. È sufficiente citofonare, salire al quarto piano ed entrare all’interno di un arioso appartamento. Anzi, nell’appartamento per elezione, quello che l’artista ha scelto come dimora. Dove, senza distinzione fra arte e vissuto, ha disposto che tre stanze diventassero spazi espositivi. In formato gigante campeggiano, tra la sala, lo studio e la stanza dell’ospite, gli scatti in bianco e nero. Immagini realizzate in loco, prima dell’abbandono dello studio berlinese.

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mostra visitata il 21 Settembre 2007


dal 21 settembre al 17 novembre 2007
Galleria Suzy Shammah
Via San Fermo e via Garibaldi, 65 (zona Moscova) – 20121 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 12-19.30
Ingresso libero
Info: tel. +39 0229061697; fax +39 0289059835; info@suzyshammah.com; www.suzyshammah.com

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