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fino al 20.III.2010 | Sabrina Mezzaqui | Brescia, Massimo Minini

di - 9 Marzo 2010
Due volatili accolgono il pubblico
che entra in galleria, bianca, occupata da poche colonne grigie sulle quali
stanno alcune opere e in fondo, sulla parete, due piccoli segmenti antropomorfi.
I due volatili sono tessuti e sono testi.
Il testo, rispetto alla figura, è
dotato di un grado di astrazione elevato, e sospendere un testo tessuto (forse
è più corretto dire ricamato) è un gesto pesante in termini artistici: appena
entrati in galleria, si vede l’oggetto come se fosse una scultura e si è investiti
dal modo in cui la luce si distribuisce sul volume della rete sospesa a
mezz’aria. Ma la scultura è un testo e, come un’onda di riporto, un’onda
inerte, il testo investe il visitatore, sicché è difficile decidere se quel
testo sia bene leggerlo, se confrontarsi con il suo contenuto semantico, o se
sia preferibile limitarsi a subire le parole, che autonomamente penetrano,
oppure ancora se trascendere tutto ciò che afferisce a una dimensione testuale
e osservare i segmenti di ricamo come si farebbe con un arazzo o con una
scultura tessile.
Il lavoro s’intitola Lettere, è di quest’anno e dalla
didascalia si capisce che si tratta di un testo maschile e uno femminile. Sono
citati gli autori, icone del pensiero filosofico novecentesco, e a questo punto
incomincia la paura, perché il peso specifico dell’opera rischia di essere
eccessivo: siamo di fronte alla rappresentazione astratta di un contenuto
filosofico intessuta, ricamata a mano e volatile. Siamo di fronte a quantità di
ossimori, di tensioni tra rappresentazione e astrazione, tra concetto e
tessuto, tra materia ed effimerità tale da spaventare. Perciò può essere comodo
non incedere nell’ulteriore dimensione dell’icona intellettuale e della storia
della cultura del Novecento, anche se Sabrina Mezzaqui (Bologna, 1964) non avrà scelto a
caso quei due nomi, quelle due icone: la paura può indurci a trattenerci al di
fuori di alcuni aspetti dell’opera.
Lettere è il lavoro più forte tra quelli
mostrati, il lavoro al quale Mezzaqui sembra affidare il compito di definire lo
stato attuale del suo percorso artistico. Forse avrebbe meritato uno spazio
meglio misurato o un’attenzione spaziale migliore. Forse avrebbe retto da solo
lo spazio della prima sala della galleria.
È un lavoro che gioca,
coerentemente alla poetica di Mezzaqui, su un limite e su un confine tra
concetti e tra discipline, tra linguaggi e codici artistici distinti e talvolta
in reciproca tensione. È un lavoro delicato e al contempo forte, addirittura
violento.

Così com’è proposto in galleria,
si confronta con gli altri contributi, posti sui piedistalli oppure in fondo al
corridoio, i quali sembrano di intonazione più decorativa, in alcuni casi, in
altri invece piuttosto variazioni, in una scala minore, di lavori precedenti.
Si passa poi alla seconda sala della galleria, dove fa da padrona la proposta
dei libri costruiti con evocazioni di lavori trascorsi e altre opere
multimediali, con le quali Mezzaqui sembra voler offrire un’antologica di
potenziali applicazioni della sua poetica.
Mezzaqui pare voler fare un bilancio,
in miniatura, del suo lavoro, mentre è ancora nel pieno della spinta lirica,
come mostrano le due Lettere.

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Mezzaqui
a San Gimignano

vito calabretta
mostra visitata il 23 gennaio 2010


dal 23 gennaio al 20 marzo 2010
Sabrina
Mezzaqui – Giocatori di perle
Galleria Massimo Minini
Via Apollonio, 68 – 25128 Brescia
Orario: da lunedì a venerdì ore 10.30-19.30; sabato ore 15.30-19.30
Ingresso libero
Catalogo disponibile
Info: tel. +39 030303034; fax +39 030392446; info@galleriaminini.it; www.galleriaminini.it

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  • Pensando all'idea di artista di sabrina mezzaqui, vi immaginate che possa essere nata nel 1964? Credo di no. Anche lei è stata sottoposta ad un storicizzazione precoce negli anni 90, ed ora è come se si fosse fermato il tempo. Faceva parte di un gruppo di artiste estremamente similari (marisaldi,torelli,mocellin,ecc. con diversi epigoni minori ). Contribuirono ad una sorta di sensibilità pop-introspettiva. Una specie di tracy emin italiane, più "buone" ma non meno pungenti. Negli anni 90 l'oggetto, l'ikea, è stata interpretata con modalità raffinate, minime e calde. Come non vedere rimandi ad airò-arienti? La fase di passaggio, probabilmente, l'hanno vissuta questi artisti negli anni 90. Ora siamo di fronte ad un burrone. Se quelle ricerche erano legittime, ora non è più legittimo rimanere sul posto.

    Questi artisti hanno vissuto una "storicizzazione" consumata tra la galleria privata e l'arte fiera. Rivedere certi lavori dopo 10 anni, mette uan certa malinconia.

    Non è stato solo un problema di strutture inadeguate. Il low-profile avrebbe permesso un sostegno più efficace. E forse anche un evoluzione più forte.

    Detto questo la qualità cos'è: quella riconosciuta da un sistema di riferimento, o quella sviluppata coerentemente da un artista?

    L'opera esiste nell'incontro con il pubblico e non con un "sistema".

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