Perché ambizioso? Da un lato
perché lo spazio presenta tali peculiarità che un approccio tradizionale nell’allestimento
e nell’accrochage è da ritenersi pressoché impossibile. In secondo luogo perché
ogni opera inserita nella grande navata dell’hangar deve sempre, in un modo o
nell’altro, relazionarsi con i Sette
Palazzi Celesti di Kiefer, ossia
quello che molti vedono come il vero, grande monumento contemporaneo (ben più
del dito di Cattelan) offerto alla
città di Milano negli Anni Zero.
Se questo è il quadro di
partenza, risulta ben ponderato il progetto dei due curatori che, conoscendo le
dinamiche e le problematiche che accompagnano lo spazio, decidono un approccio
sperimentale e non conflittuale con i grandi ambienti. E se il tema è proprio
quello della vulnerabilità, la maggior parte delle opere scelte dei 24 artisti
finora esposte sembrano mostrarsi appena, come per proteggersi, talvolta
scomparendo e altre proliferando in una formula quasi parassitaria con gli
spazi che occupano.
Facendo di necessità virtù, la
debolezza, la fragilità e la precarietà di alcune forme diventano il filo
conduttore formale e concettuale dei lavori, come la grotta-scultura
vernacolare di Invernomuto, Wax Relax, ricoperta di cera destinata a
dissolversi e che sembra dialogare all’estremo opposto delle grandi torri con i
vasi di ghiaccio di Elisabetta di Maggio,
che sciogliendosi vengono raccolti negli stampi che li hanno forgiati. Oppure
il labirinto di Yona Friedman, Le Ville Spatiale, che per ciascuna fase
di Terre Vulnerabili diventerà una
sorta di project room per un altro artista, in questo caso Margherita Morgantin.
I lavori in mostra talvolta
assumono l’aspetto di “strategie” elaborate dagli artisti per indagare il luogo
e per giocare con la scala e le diverse proprietà dei materiali, come l’esilissima
scultura di Christiane Löhr, che
sembra contrapporsi e dialogare con quella precedentemente esposta di Alice Cattaneo: la prima creata con un
materiale quasi impalpabile, la seconda che mostra la sua natura cangiante
attraverso le ombre che proietta.
Attendendo il definirsi di
questa mostra attraverso le 4 fasi “lunari” previste e i 30 artisti che vi
esporranno, Terre Vulnerabili può
essere già salutato come il primo vero tentativo di confrontarsi intimamente con
la magnifica cattedrale industrial milanese, grazie alla volontà di un gruppo
curatoriale, finalmente riconoscibile, d’impegnarsi nella realizzazione di una
mostra che tenta di descrivere un processo e l’individuazione di un tema.
Infine, l’opera apparentemente
più naïf è quella che invece silenziosamente ma puntualmente espone e riassume tutti
i dubbi e le fragili posizioni di un’artista che approccia l’Hangar. Nel percorso
di feltri beuysiani ai piedi delle imponenti torri, Adele Prosdocimi annota, ricamandole, frasi che echeggiano come
consigli e suggerimenti per una mostra in divenire come questa e per lo spazio
che la ospita: “rimanere fuori dalla
spettacolarità”, “rimangono attivi
tutti i livelli, concettuale, politico, formale, estetico”. Ma soprattutto “umanizzare lo spazio”.
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dal 2 febbraio al 10 marzo 2011
Terre Vulnerabili #2 – Interrogare ciò che ha smesso
per sempre di stupirci
a cura di Chiara Bertola e Andrea
Lissoni
Fondazione Hangar Bicocca
Via Chiese, 2 (zona Bicocca) – 20126 Milano
Orario: da martedì a domenica ore 11-19; giovedì ore 14.30-22
Ingresso: intero € 8; ridotto € 6
Info: tel. +39
0266111573; fax +39 026470275; info@hangarbicocca.it; www.hangarbicocca.it
[exibart]
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