Tom Sachs torna a Milano con dei lavori simbolici di un discorso iniziato anni fa sul mondo dei consumi e sui suoi simulacri. Degli undici quadri presentati, nove sono dipinti realizzati con tecnica mista su legno o tela e due sono sculture. Nei quadri Sachs riproduce con la pittura il packaging di prodotti di consumo, come la serie dedicata alle salse, alterandone il registro tramite la marchiatura a fuoco del logo di MacDonald’s. Ed è proprio attraverso questo gesto così forte che le miti grafiche di prodotti senza brand vengono “schiavizzati” con l’apposizione dei due famosi archetti.
D’altra parte il logo di Macdonald’s è ormai diventato un prepotente oggetto di rappresentazione dell’arte contemporanea, tanto da inflazionarsi; si pensi al lavoro di Masato Makamura alla biennale del 2001, o alle ultime opere di Jake&Dino Chapman o ancora, in riviste come AdBuster dove il famoso marchio viene proposto in chiave ferocemente “no logo”.
Le due tele quadrate Untitled (Scotch trasparent Tape Paintings) riproducono e celebrano come fosse un ritratto, la confezione degli omonimi nastri adesivi, in queste due tele, probabilmente meno di denuncia, l’attenzione dell’artista sembra più orientata verso la celebrazione di un strumento così fondamentale per la realizzazione di certa pittura come lo scotch.
Untitled (1:1 scale foam core mop bucket and ringer) fa parte di quella serie di opere tridimensionali che Tom Sachs riproduce, a volte in scala perfetta, oggetti “pop” provenienti soprattutto dal mondo dei consumi, riprodotti con lo stesso materiale che si utilizza per i plastici di architettura, e che nel lavori di Sachs ha trovato il suo sviluppo più e interessante nella riproduzione delle Unitè d’Habitation di Le Corbusier all’interno del mastodontico progetto Nusty’s.
L’opera che forse più di ogni altra in mostra rappresenta il pericoloso amalgamarsi della cultura figurativa con quella dei consumi è McEndless Column, una colonna di ispirazione brancusiana che è in realtà costruita con dei porta vivande di McDonald’s, in questa chiave e con questo piccolo sabotaggio linguistico, il senso di tensione verso l’alto e l’infinito delle colonne senza fine di Brancusi si trasforma in un incubo di moltiplicazione consumistica.
L’idea dell’artista di rivisitare il mondo delle cose e dell’arte attraverso la pelle del “logo” fa sicuramente riflettere su come tutto, perfino i valori estetici, si sono fatti capitale. Ma questa tensione contiene anche il suo tragico opposto; ricostruire il passato artistico, ri assemblarlo con elementi brandizzati, se da una parte vuole essere una critica alla società del logo, dall’altra sfrutta la medesimo meccanismo di seduzione, che in questo caso, anche se si tratta del mercato dell’arte, è sempre mercato.
riccardo conti
mostra visitata il 23 ott 2003
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