Chi l’anno scorso ha visitato la precedente personale di Craigie Horsfield (Cambridge, 1949) da DeCardenas si ricorderà certamente le grandi opere dell’artista inglese: ritratti di una stupefacente presenza umana. Visi colti in espressioni diverse, ma sempre carichi di un contegno umano e psicologico quasi innaturale. Su tutte, un bianco e nero talmente profondo da conferire ai soggetti una dimensione ulteriormente dilatata e materica.
L’artista, che vanta partecipazioni in importanti mostre e le cui opere sono collezionate nei più grandi musei del mondo, da anni conduce una ricerca personalissima e paziente impiegando sia il mezzo fotografico che il video. E se finora conoscevamo il bianco e nero, in questa mostra sono presentati lavori recenti dove l’artista ha sperimentato la tecnica dry print per ottenere immagini a colori di cui può controllare personalmente la saturazione cromatica e l’effetto definitivo.
Venti nuove opere, tra fotografie a colori e bianco nero, eppure, percorrendo le stanze della galleria, quasi non si avverte la sensazione di vivere un’interruzione tra una foto e la successiva. Tanto è forte e viva la natura delle immagini che sembrano prolungarsi in un’unica traccia visiva. Si inizia così un percorso fatto di nature morte, dai colori intensi e magnetici che inverano il dato visivo ed esperienziale degli oggetti fotografati. La sensazione è quella di partecipare alla lentezza delle cose, e di penetrare così intimamente i soggetti da sentirne la consistenza.
Si passa poi a visi e paesaggi, alcuni tratti non più direttamente da una posa, ma dai film dell’artista stesso: è il caso di due bellissimi visi femminili, presi da El Hierro Conversation, pellicola ambientata alle isole Canarie presentata nel 2002 a Documenta.
Ed ancora: i ritratti esposti nel centro della galleria appartengono ad un film epico che Horsfield sta preparando per il 2006. I visi, assolutamente veri, recano tutta l’esitazione e il perturbamento della tragedia e mostrano il sorprendente intreccio tra vicenda umana personale e collettiva, costruendo nel loro affiancarsi uno spazio che ha quasi del sacro.
Non è artificio. Tutto nell’opera di Craigie Horsfield è natura. E’ uno stile che scuote l’immobilità dell’immagine, la sua facilità, il suo limite illustrativo. L’uso della fotografia non ha la volontà di imitare la pittura, ma piuttosto l’artista si serve del mezzo fotografico per fermare ciò che è interiormente instabile, lasciandolo tale.
Contemporaneamente alla mostra di Horsfield la galleria espone il progetto Mairea del giovane Andrea Sala (Como, 1976). L’artista sfrutta caratteristiche e dettagli architettonici della galleria per formulare il suo intervento. Un’attenta riflessione sulla cultura architettonica, partendo dalle forme “libere” dell’architetto Alvar Aalto. Sala costruisce una torre, quasi un plastico di un grattacielo che ricorda alcuni progetti di Mies Van der Rohe a Berlino. Le opere affisse alle pareti illustrano con segni minimali la parte più progettuale dell’opera di Andrea Sala che attinge dalla forte tradizione architettonica che si interroga sulle problematiche formali e spaziali dell’opera, individuando il punto di perenne slittamento tra arte e architettura.
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