Nella sua forma filosofica il conoscere coincide con la speculazione, vale a dire con la riflessione, che consiste a sua volta nell’istituire un rapporto con lo specchio. Rivelando l’invisibile da un lato, ma deformando il reale dall’altro, lo specchio manifesta e occulta al tempo stesso, svela e nasconde, dona conoscenza e induce in inganno. Diviene espressione di qualcosa che trascende la mera funzione riflettente e, nonostante sia simbolo dell’illusione poiché non solo rovescia e distorce, ma anche perché l’immagine speculare non esiste nella realtà essendo un semplice riflesso, rappresenta al contempo il simbolo della conoscenza. Una conoscenza di cui Martina della Valle (Firenze, 1981) fa affiorare labili tracce, ricordi passati che sono fenomeni di tutto ciò che appare come reale, nelle superfici specchianti dei suoi lavori ideati appositamente per la sua seconda personale presso Artopia.
Lo specchio diviene così modello della memoria e, attraverso l’immagine bidimensionale e impalpabile che restituisce allo spettatore, rappresenta la contraddizione tra apparenza ed essenza. Le immagini proposte nella serie fotografica dei Riflessi, tra cui un grande lampadario a gocce di cristallo sviluppato su lastre di vetro che occupano il centro della galleria, riportano infatti a un vissuto interiore che l’artista, tuttavia, evoca senza sovrapporlo alla realtà. Sono tracce minime di vita vissuta, che parlano di qualcosa che già esiste o che potrebbe essere, impronte attraverso cui della Valle sviluppa una ricerca interiore a partire dalla relatività intrinseca delle cose. Cose che sono state trasformate in ombre sfocate, in residui di un mondo che è esistito e che forse non c’è più, in rappresentazioni silenziose che il pubblico può solo immaginare.
Tutto sembra riaffiorare dalla superficie, forse proprio nel momento prima di svanire, e lo specchio diventa una presenza misteriosamente autonoma che, nell’unire verità e apparenza, dimensione intima e collettiva, assume su di sé le passioni e le proiezioni dell’artista che finiscono per confluire in una lontana dimensione privata e appartata.
Le immagini della serie Rifugi, allestite intenzionalmente nella parte abitativa della galleria, sono un’altra testimonianza dell’attenzione dell’artista per una realtà altra, in cui non più solo gli oggetti, ma anche il corpo diventa il tramite per raggiungere una dimensione spazio-temporale al di là di quella puramente fenomenica. Le opere si trasformano così in intervalli del tempo, in cui tutto viene fermato dallo scatto fotografico per rimanere sospeso in una dimensione fluttuante. Luogo in cui l’artista può scandagliare i territori dell’inconscio, creare nascondigli per appartarsi dal mondo esteriore e stimolare la curiosità di conoscere realtà non immediatamente percepibili attraverso storie silenziosamente presenti.
veronica pirola
mostra visitata il 17 aprile 2007
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