Visitare la doppia mostra di Claudio Parmiggiani (Luzzara, 1943) a Milano significa concedersi una pausa e lasciarsi avvolgere in una piega del tempo. Nel catalogo dell’esposizione tenutasi l’anno scorso alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna si legge: “le immagini e l’iconoclastia di Parmiggiani operano secondo sottrazioni di materialità che, rarefacendo la propria presenza, in definitiva esaltano l’assenza”. Detto così, sembra un gioco di parole ma serve a spiegare il complesso rapporto dell’artista con l’immagine: di volta in volta infranta (Labirinto di vetri rotti, 1970), velata (Iconostasi, 1988), sepolta (Terra, 1988), l’immagine negata sembra risorgere dalle proprie ceneri.
Polvere e cenere, il “dittico” esposto contemporaneamente da Christian Stein e da Claudia Gian Ferrari -due storiche gallerie milanesi- appartiene alla serie delle Delocazioni, opere realizzate a partire dal 1970 con il fuoco e il fumo che satura gli ambienti e lascia sul muro il segno degli oggetti. Alla galleria Stein, nella grande sala che si affaccia sul delizioso giardino di Palazzo Cicogna-Mozzoni, la libreria fantasma creata (o distrutta?) dal fuoco, sembra emergere dalla parete; mentre la cenere che dà il titolo all’installazione è raccolta sul pavimento, in un quadrato di cento urne metalliche dal sapore vagamente minimalista – come un Andre quaresimale. In fondo ad un altro elegante cortile, in un altro palazzo del centro storico, Claudia Gian Ferrari espone per la prima volta Polvere (1997): otto pannelli di legno sui quali il consueto procedimento lascia affiorare le sagome trasparenti di lumi a olio e bottiglie di vetro. Anche qui, un silenzio come d’attesa satura lo spazio e si pensa – inevitabilmente – a Giorgio Morandi, a quel senso di meditato stupore che pervade le nature morte del maestro bolognese. “Nel suo studio”, ricorda Parmiggiani, “ho compreso il significato metafisico della polvere”.
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matilde marzotto
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