Sono le rose raccolte nel suo giardino. I fiori che con amore e pazienza ha coltivato. Germogliati dal terreno fino all’ergersi in tutta la loro più effimera bellezza. Sacrificati per poi essere redenti e immortalati, rifioriscono su tela. Le rose di Ketty Tagliatti (Ferrara, 1955) emergono, nei sottili e delicati ricami, dalle dissolte matrici di un segno pulito e minimale. Negli interstizi di un’estetica soggettiva si scorge una ricerca interiore riflessiva. L’artista, come Penelope, fa dell’antica tecnica del cucito un rito catartico e consolatorio, pervenendo, nella manualità meditativa del lavoro, ad un’intimità riflessa. Si identifica nei suoi soggetti reiteranti. Sviscerandoli in ogni minimo particolare. Come nell’intento di scorgere l’inaspettato, l’inatteso. Di questa ricerca presenta la trama, la nervatura del soggetto, attraverso il rovesciamento del quadro. Quel disegno-segno nato automaticamente dal ricongiungersi dei punti in cui il filo buca e sormonta la tela. E che ancora contiene la capacità di sorprendere colei che lo ha generato. La rosa, delicata e pungente al contempo, incarna l’avvenenza. Consacrata a Venere, decantata da Saffo, allegorizza la beltà femminea.
La Tagliatti dà vita ad un’elaborazione complessa che aspira ad un ricongiungimento con la natura ed i suoi elementi. Le mani che avevano seminato il fiore, curandone la crescita, sono le stesse che lo recidono e lo riproducono, tessendolo su tela. I telai riportano i caldi e pastosi colori della terra, nelle infinite gradazioni delle sue tonalità vibranti. Superfici su cui l’impronta della rosa viene restituita, preservandone le caratteristiche di impalpabile leggerezza e di raffinata delicatezza. Il filo, espandendosi nello spazio, crea dei percorsi vorticosi ed aerei che ne riproducono la forma aggraziata ed elegante.
La stessa che in La rosa del mio giardino. Assenza viene pervasa da infiniti spilli dai luminescenti e cangianti effetti metallici; e che in Costellazioneappare permeata, lungo i sinuosi contorni, di spine. Le medesime che l’artista sottrae meticolosamente al fiore. Oggetto-soggetto considerato alla stregua di un autentico modello, al quale evidentemente qualcosa, che va al di là della semplice immagine, è stato carpito per sempre.
annalisa portesi
mostra visitata il 7 marzo 2006
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