Ammirando queste opere, non si è solo impegnati visivamente, ma anche intellettualmente ed emotivamente: ad esempio, di fronte alla profondità dell’installazione senza titolo di Sam Falls (San Diego, 1984), che presenta un corpo di lavoro fotografico dall’artista stesso definito (in un’intervista del 2009 per This is that) «molto pensato, tracciato, e concettuale» in un’era in cui il blow-up della fotografia d’arte costituisce una delle forme espressive più appariscenti e tutto è dominato delle tecniche digitali, dalle riproduzioni di grandi dimensioni; oppure dinnanzi alle opere di Ivan Seal (Stockport, England 1973), in cui luci ed ombre si mescolano in egual misura, e l’astrazione geometrica porta l’immagine ad assumere una connotazione iper-reale, al limite del fantasy, che ricorda gli accorgimenti eleganti di Chardin oppure le prime opere di Cézanne in cui la rappresentazione di una realtà scultorea si basava su di una fortissima materialità. Le opere di Seal sono gradevoli e peculiari: grossi pezzi di congestioni di argilla si stagliano su sfondi che si spostano vistosamente da una tonalità all’altra; si tratta di una iconografia creata dall’artista, in cui la vernice scivola, in modo alquanto inusuale, da strumento per la realizzazione del dipinto a vera e propria materia animata dalla mano del pittore.
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