Una stanza costruita per l’occasione, chiusa in alto come un vecchio ripostiglio, taglia in due l’ambiente. Uno spazio è facilmente fruibile, l’altro lo si raggiunge scendendo alcuni stretti scalini. Un pallone da gioco, che pare rovesciato come un calzino, sboccia come un fiore sul pavimento bianco. La parte scura rappresenta l’interiorità liberata di tutto, anche della stanza, mentre la parte chiara e cucita risponde simpaticamente alla stanza in alto, con la sua porta semiaperta che ricorda i monumenti funebri del Canova, simboli di rinascita.
Una mostra che si offre sin da subito spiazzante e desolante nella sua nudità. Ma nonostante la prima impressione i livelli di lettura che si possono ravvisare, pur nella laconicità dell’intervento, sono molteplici. Roberto Ago (Roma, 1972), dopo la formazione presso l’Accademia di Brera e la Fondazione Ratti, è alla sua seconda personale. Utilizza gli oggetti che ci circondano, modificandoli il meno possibile, facendo in modo che lascino affiorare simboli e miti ad essi legati. Il catalogo raccoglie le sue opere precedenti: sacchetti per aspirapolvere incollati a formare magnifiche cattedrali; una matita spezzata che sembra una nave antica; lo zampirone-talismano; il cellulare-scarabeo che riceve le telefonate del Dio Osiride per condurla agli Inferi (ma in quanto apparecchio moderno, resiste dando chiamate non risposte).
Un’esposizione intelligente e garbatamente provocatoria, che spinge alla domanda reiterandola senza sosta, impreziosendo il reale e tutte le sue possibili interpretazioni. Il significato-simbolo prevarica infine sul significante.
vera agosti
mostra visitata il 27 ottobre 2005
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