Gianluca Sgherri è un artista di una spontaneità ammirevole, che si avvicina alla natura con innocenza, quasi con l’ingenuità di un fanciullo, e che affronta la tela con la consapevolezza tecnica, matura e scevra da qualunque sensazionalismo, di grandi maestri come Morandi o Klee: viene voglia di parlare quasi di pittura di poesia.
Nel tuo lavoro ci sono pochi elementi figurativi che ancorano la composizione al paesaggio, altrimenti si potrebbe parlare di astrattismo?
Io non sono mai stato un pittore astratto, però è una figurazione che nasce da sola: non parto con l’intento di rappresentare la natura, in senso figurativo. Io parto dalla tecnica, dal supporto e dalla materia; procedo con le sovrapposizioni di colore per gli sfondi fino a sentire l’esigenza di collocarvi delle figure. È un lavoro più trovato che cercato.
Si tratta di una riflessione sul mezzo espressivo?
Certo: parto dalla pittura stessa; è come se la prima pennellata, fosse determinante per tutto il lavoro. Procedo per fasi, spontaneamente, senza un’idea coatta di come strutturare il lavoro; in questo senso non si tratta neanche di figurazione in senso stretto. Io incontro per caso gli oggetti naturali che voglio rappresentare e li iscrivo liberamente in questo testo…
E perché hai scelto proprio questi pochi oggetti per l’ultima tua produzione?
La pittura consiste nel dipingere quello che già c’è. Sono oggetti che appartengono al mio orizzonte quotidiano, perché penso che non sia necessario sforzarsi di trovare oggetti eccezionali, che non possiedi: parto dal foglio di carta e tento di capire cosa bisogna mettere in evidenza del proprio vissuto attraverso la pittura.
Cosa ti spinge a “evidenziare” degli oggetti, cosa determina la loro collocazione?
L’esigenza di dare un ancoraggio alla tela, di trasformare lo sfondo da elemento decorativo in orizzonte: si va a determinare una geografia, e anche un equilibrio, non tanto formale, quanto di intensità. Cioè attraverso il posizionamento di questi elementi io bilancio i pesi della composizione, in modo da veicolare certe sensazioni, piuttosto che altre.
In questo senso si potrebbe parlare di simbologia…
Non propriamente. Questi oggetti che ricorrono di quadro in quadro, sono un inventario che mi sono fatto, e che non mi serve per significare qualcosa di preciso, quanto per rispondere ad esigenze contestuali; certamente si può paragonare ad un lessico, ma non in senso concettuale; solo nel senso che questi pochi “vocaboli” mi bastano per creare opere sempre diverse…
Luca Beatrice nel catalogo parla di poesia…
Non in senso letterale; c’è in effetti una musicalità; certe soluzioni formali, come le lettere che aggiungevo, servivano per rompere l’armonia, e avevano forse una portata più concettuale. Sotto una quiete apparente, c’è un brulichio, una tensione, che veniva fuori nelle lettere, così come ora negli oggetti rappresentati. C’è una componenete narrativa, comunque, più simile ad un ricordo, che ad una poesia. Con i dittici, si può dire che il mio racconto è virtualmente infinito. Ma comunque l’arte resta una cosa fisica, non ideale, si ha a che fare con la materia, e non si sa mai come questa risponderà.
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