Margherita Manzelli (Ravenna, 1968) è senza dubbio una delle pittrici italiane più rappresentative della sua generazione. Da anni procede in una ricerca costante che, di lavoro in lavoro, interroga e modula la figura umana femminile.
Le sue donne dai corpi gracili sono come attrici condannate a rappresentare personaggi che non hanno mai età e identità ben definite. Fanciulle sospese in un tempo che sembra oscillare continuamente tra l’adolescenza all’età matura. Ed è proprio qui che l’artista sapientemente interviene, poiché le è sufficiente un dettaglio, una postura o un particolare del viso per palesare e insieme negare il dato anagrafico.
Un’altra costante, rintracciabile anche nei lavori esposti in questa personale, risiede nel limite. La Manzelli sembra sempre interessata ad individuare un punto, un confine -reale o arbitrario- che improvvisamente innesca un mutamento. Accade così di avvertire l’appartenenza dei soggetti ad una duplice dimensione, allorché le figure, posate su limiti di tipo spaziale o architettonico, sembrano quasi in procinto di scivolare da quella situazione per cercarne una nuova.
In questa mostra la ricerca di un punto che condizioni l’immagine sembra così accostarsi al dato luminoso. “il buio sbiadisce, la luce delimita” indica già nel titolo della mostra un tema, che è in effetti il filo rosso che lega le due tele ad olio esposte. Entrando nello spazio della galleria si è subito accolti dai due lavori, differenti per dimensione. Nel primo grande dipinto la figura femminile occupa un piccolo posto nell’immagine, sembra come deposta su di un altare. La luce algida ne descrive e ne sottolinea l’anatomia scarna, enfatizzandone lo stare precario, persino scomodo del soggetto, che indirizza verso lo spettatore uno sguardo enigmatico. Ma lo sguardo non è l’unico mistero di quest’immagine. Altrettanto remoto appare lo strano oggetto sul quale la figura poggia le spalle e il capo: quasi le spoglie di una crisalide, delle ali avvizzite, o un elemento fitomorfo come una rosa metallica? L’intera scena è lambita da una luce diagonale che le conferisce un’aura sacrale.
Eppure, se da un lato, una simile illuminazione e la disposizione quasi luttuosa del corpo conferiscono un aspetto spirituale e meditativo alla figura, l’esplosione di segni, scarabocchi e cartoonesche presenze che costellano lo sfondo, sottraggono l’intera composizione ad una lettura completamente escatologica per consegnarla ad una dimensione di ulteriore mistero.
Nel dipinto più piccolo, il soggetto femminile è una vera e propria apparizione dal buio: il corpo inquadrato, un busto, sembra immerso in un mondo di ombra. Appena si scorgono le spalle, i seni e il copricapo appuntito, che, insieme alla sciarpa, inquadra il viso triangolare (esattamente speculare al triangolo di buio rappresentato dal cappuccio). Il viso della ragazza sembra qui una maschera di cera, riscaldata da una luce confinata al centro del volto che ne racconta i lineamenti pronunciati, la consistenza burrosa e gli occhi lucidi.
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MA COME SI FA IL MARRONE ......
MA A CHE SERVE, DEO GRATIA, QUESTA ROBA? PERCHè QUESTE ARTISTINE-UCOLE-ASTRE-ACCE HANNO COMINCIATO, E PERCHè NON LA SMETTONO DI AMMORBARE GLI SPAZI, SOPRATTUTTO ADESSO CHE HANNO FATTO UN PO' DI SOLDINI GRAZIE ALLE LORO FATICOSE E FATICATE AMICIZIE? BAH!