Tredici artisti, attivi tra gli anni Sessanta e Settanta, testimoniano la capacità di calarsi profondamente nella dinamica relatività della vita e nello stesso tempo di liberarsene, di immergersi nel tempo e contemporaneamente sublimarlo. Da qui nasce il sorriso, donato al visitatore con quella leggerezza che fa dell’artista il ponte tra gli estremi del paradosso. I lavori esprimono un gioco libero, vitale e per questo intrigante, che combina infinite possibilità di potenziamento e ibridazione dell’esperienza reale.
Tali si presentano i “tappeti natura” di Piero Gilardi (Torino, 1942), spaccati quadrangolari di poliuretano espanso che mostrano porzioni di boschi, orti e campi. Se i colori sono in perfetta mimesi, la “contaminazione” della materia sintetica invita invece a riflettere sul rapporto tra natura e artificio tecnologico. Che qui non è vissuto come un pericolo da ostruire, ma come un’integrazione ormai attuata, di cui l’uomo è chiamato a essere consapevole protagonista. Una delle opere dell’artista si articola in un trittico, scelto forse per ribadire la dimensione “sacra” di questa visione delle nuove tecnologie, di cui l’artista è stato pioniere in campo artistico.
Sono anche collage, dipinti e sculture a presentare altre accezioni di quell’ironia sottile e astuta proposta nella collettiva, curata da Valerio Dehò ed Elena Pontiggia. Come quella che si svela nelle 27 composizioni formato A4 di Lisa Ponti (Milano, 1922). Il tratto istintivo della sua matita, i segni veloci di acquarello, i ritagli di carta, comunicano valori profondi con immediatezza. E tramite questa fonte di gioia inesauribile l’artista ci rende partecipi del proprio amore per il pensiero, per la vita e, soprattutto, per l’uomo.
L’attrazione per la conoscenza torna nelle opere di Pascali e Agnetti, che indagano il linguaggio memori della lezione magrittiana. Due diverse espressioni portano alla luce l’alter ego di ciò che vogliamo pensare sia la realtà. Qui l’uso del linguaggio è portato ai limiti estremi del concetto. Nelle opere di Pino Pascali (Bari, 1935 – Roma, 1968) l’effetto è affidato al gioco divertito della deformazione lessicale.
Legata all’eufemismo e all’illusione, l’ironia è una figura retorica che si completa del paradosso, ma è anche sorella della seduzione: si mette in mostra ma non si svela completamente, lancia il dado ed esce subito di scena, racconta senza usare parole di troppo. Ad attendere il visitatore in fondo alla sala è l’audio La risata dell’enigmatico e schivo Gino De Dominicis (Ancona, 1947 – Roma, 1998) che tuona nell’intero ambiente trasformandolo in un cinema. Dapprima il visitatore si sente quasi spiato, ma alla fine l’opera si svela e conferma il supremo potere della presenza manifestata attraverso l’assenza. Memore del modus di un genio che si potrebbe definire “fantasma dell’opera”.
silvia criara
mostra visitata il 28 novembre 2006
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