André Butzer (Stoccarda, 1973), alla sua prima personale italiana, mette in scena episodi cruciali della storia tedesca e americana, depurandoli dal vaglio della storia e proiettandoli in un luogo tanto ameno quanto orrifico. I personaggi si trasformano in charachter da cartone animato, a cavallo tra tensione espressionista e fantascienza, e il loro creatore si autodefinisce epigono di Edvard Munch nell’anno della tecnica. Tema è un’utopica patria del futuro, chimera propria di ogni epoca, ma di fatto mai raggiungibile; un luogo in cui tutta l’arte troverà la sua attuazione. La nuova patria è Nasaheim, territorio edenico e insieme gabbia d’ira, una città immaginata come sede della NASA e della stazione spaziale californiana di Anaheim, luogo natio di Disneyland. I tratti di questo nuovo paesaggio sono filtrati dalla comicità super partes del loro inventore, che rievoca un’infanzia ormai trascorsa e, nello stesso tempo, denuncia un modello di vita artificiale. A guardarli, i personaggi ispirano sintonia, ma anche compassione e ci mettono a confronto con il dramma. Il titolo della mostra, N-Leben (Vita su N), è proprio l’abbreviazione di Nasaheim Leben, cioè Vita su Nasaheim. Butzer introduce così nel suo mondo, in cui tutto, forse, potrà trovare compimento.
Il dipinto a olio, che prende il titolo dall’esposizione stessa, mostra una casa schematizzata, costruita unicamente dall’incontro tra un triangolo e un quadrato. Sul frontone campeggia una grossa “N” che sembra in procinto di prendere fuoco. Una casa che, con il suo candore, emerge quale salvezza al centro di una composizione trasfigurata dal colore. Ma non c’è porta e non c’è quindi accesso, anche quel vialetto fortemente scorciato che vi giunge è uno scarabocchio. Ai suoi lati un uomo e una donna che, nei tratti, ricordano il primo Disney. Lei indica la casa incuriosita, ma si scontra con il muro di silenzio dell’uomo seduto sulla destra, atterrito.
Alla leggerezza della ragazza si contrappone la grevità dell’intera composizione, data dall’uso soggettivo del colore, steso a gesti veloci e vigorosi, dall’impaginazione che straborda dalla tela, dalle figure che sembrano sciogliersi come cera incandescente, dal ghigno dell’uomo, privo di occhi. L’atmosfera diventa urlo nel ritratto di Aribert Heim, meglio conosciuto come “Dottor Morte”, uno dei più feroci criminali nazisti che, con le sue punture, avrebbe ucciso migliaia di ebrei nel lager di Mauthausen. Le sue mani ricordano quelle di Topolino, ma dal suo volto opulento emergono lunghe dita tentacolari che cercano di rapire lo spettatore all’interno della vicenda. Ancora più sordido diventa il dramma di Sep Ruf, un architetto del Terzo Reich. Il suo nome è posto a firma dell’opera, monocroma e pastosa: questo, ci dice l’artista, è quello che ci ha lasciato. Eccoci poi alla serie di disegni. Tornano alla mente le pagine del diario di un bambino: le figure sono distribuite sul foglio senza alcun ordine gerarchico e il campo si riempie di segni e scritte, tra cui nomi di multinazionali americane e tedesche quali Coca Cola, Siemens e Sony. All’ingenuità compositiva e all’automatismo delle linee, veloci e schematizzate, si contrappone drammaticamente la concretezza dei grossi nomi del capitalismo industriale. Appena la vista cade sull’immagine umana, misera e appena percepibile, sprizza la scintilla del grottesco.
silvia criara
mostra visitata il 20 maggio 2006
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