La ricostruzione della cella di Antonio Gramsci è ciò che Alfredo Jaar (Santiago del Cile, 1956, vive a New York) presenta in occasione della sua prima personale italiana. Anche in una mattinata piena di sole –in cui e le sbarre esterne dietro il vetro latteo rimandano nella stanza le loro ombre- l’ambiente non perde il suo aspetto lugubre. Sentendo le sbarre velate alle spalle e affrontando le sbarre di ferro davanti agli occhi, l’impressione di prigionia è molto forte. Dietro un passato racchiuso e davanti un futuro negato: lo sguardo può fermarsi solo sul presente o volgersi al lato, dove specchi contrapposti propagano la propria immagine all’infinito. Esposti a se stessi, ai propri pensieri, alle proprie emozioni, moltiplicati senza soluzione di continuità, i “Quaderni dal carcere” di Gramsci riflettono questo. Un uomo in cattività per motivi politici che si ritrova a confronto con se stesso e con se stesso solamente. Non può far altro che pensare. E così produce delle riflessioni profonde sulla filosofia, sulla politica, sulla storia. Morendo in carcere, senza mai vedere i suoi figli. Con questa austera cella l’artista fa rivivere il grande intellettuale.
Jaar è da sempre impegnato in un’arte che va al di là dell’estetica (basti ricordare le sue partecipazioni all’edizione 8 e 11 di Documenta, a Kassel), questa sua ultima opera si inserisce nella serie di progetti che, utilizzando elementi di fotografia, architettura e teatro, affrontano tematiche di ingiustizia, oppressione, sfruttamento.
Altre indagini di questo tipo? Sul Cile durante la dittatura di Pinochet, sul genocidio in Ruanda, sulla discriminazione sociale, sulla comunicazione nell’ era globale. Rispetto a questi progetti, l’istallazione milanese potrebbe sembrare meno attuale avendo come fulcro un personaggio storico. Tuttavia è la tematica che rimane attuale: la discriminazione, la reclusione, l’abuso di potere, l’orrore della dittatura. Perché “L’illusone è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.” Parola di Antonio Gramsci.
sylvia schiechtl
mostra visitata il 18 dicembre 2004
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