Un viaggiatore instancabile tra Asia, Africa, Europa e America. Un attento osservatore che ha guardato il mondo, un artista che ha denunciato con i suoi scatti le zone d’ombra in cui i giornalisti faticano a penetrare. Un fotografo che ha svelato le manipolazioni dell’informazione nei Paesi dove i mezzi di comunicazione non sono strumenti di espressione, ma forme di controllo politico. Tutto questo è Marc Riboud (Lione, 1923), dal ‘52 fotografo per la prestigiosa agenzia Magnum, per cui intraprese numerosi viaggi che continuarono anche dopo il 1979, anno in cui abbandonò il suo incarico diventando free-lance.
La libertà d’azione, di cui Riboud beneficiò lavorando per l’agenzia che ancor oggi difende il diritto d’autore, la serietà nel testimoniare i fatti del mondo, l’alta qualità dei servizi fotografici e l’individualità creativa di ciascuno dei suoi membri, gli permise di concedersi reportage di ampio respiro. In occasione di Oriente sono state selezionate alcune fotografie scattate a partire dall’inizio degli anni Cinquanta in Cina, India, Turchia, Giappone, Vietnam, Indonesia e Nepal. I cinquanta scatti originali, tutti in bianco e nero, ad eccezione di un’unica fotografia a colori del 2004, e caratterizzati da un forte taglio giornalistico seppur non documentaristico, sono dei veri e propri taccuini di viaggio.
L’artista, con sguardo attento e impegnato, ha fermato sulla pellicola gli aspetti più nascosti della vita e dei paesaggi di alcuni degli stati più problematici del mondo, trasformando, sulla scia della scuola umanista francese di Boubat, Capa, Dieuziade, Doisneau, Ronis e soprattutto di Cartier-Bresson, le sue fotografie in immortali icone di memoria visiva. Riboud ha così unito alla tradizione del reportage fotografico il suo personale impegno sociale, raccontando le miserie di una precaria umanità colta nella sua quotidianità e interpretata senza indugiare nella commiserazione.
Riboud è stato sicuramente uno dei grandi maestri del Novecento, ma soprattutto è stato ed è ancora un artista così appassionato della vita e della fotografia da dichiarare: “Per noi è obbligatorio uscire, camminare all’aperto, osservare la vita, lasciando dietro di sé i conti e le carte. Chi non ha mai provato quel momento di grazia, di euforia, quando la passione del guardare, dello scoprire, dell’inquadrare, esercita una passione talmente forte che ci fa barcollare, ci catapulta in un altro mondo? Il bilico, questo punto di disequilibrio dove veniamo spinti fuori da noi, precipitati all’esterno, è un momento di grande gioia, col viso frustato dal vento e gli occhi sommersi da un’ondata di immagini”.
Una poetica dirompente, per un’arte tesa a interagire con la realtà, osservata e rappresentata da un punto di vista fortemente soggettivo. È lo stesso sguardo di Riboud il vero protagonista dei suoi scatti.
veronica pirola
mostra visitata il 27 marzo 2007
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