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fino al 5.XI.2010 | Alexander Brodsky | Milano, Galleria Milano

di - 11 Ottobre 2010
Alexander Brodsky (Mosca, 1955) risponde parzialmente all’immagine
romantica dell’artista: schivo, distratto, poco integrato nell’art system,
occupato da una ricerca personale nelle forme attinte dalla propria memoria e
fantasia. Opera su materiale personale e sentimentale, disinteressato alle
contingenze storico-politiche.

Eppure il suo lavoro riceve un sempre crescente e meritato
interesse, come provano i riconoscimenti raccolti negli anni nelle sedi più
prestigiose: la personale allestita con passione dalla Galleria Milano è una
sorta di introduzione all’autunno caldo che lo vedrà tra l’altro esporre la Rotonda
II
(una
sorprendente installazione che allude alle soluzioni volumetriche
rinascimentali assemblata con finestre recuperate) in una collettiva dedicata
dal museo del Louvre all’arte russa.

Brodsky torna dunque nella città che, nel 2001, gli ha
assegnato il Premio Milano per l’installazione Coma: una spettrale, immensa metropoli
fantastica in terra cruda gradualmente sommersa da flebo di petrolio.

Brodsky è disegnatore, sculture, incisore e anche
architetto. Immaginare città ideali è tipico della fantasia del bambino e degli
urbanisti dell’umanesimo. Così le opere del bambino-architetto, le “architetture su carta” e gli
edifici sempre precari e “a tempo” (un bar costruito su un lago ghiacciato, una
struttura i cui pali portanti sono inclinati di 95°), rimandano ugualmente a un umanismo
istintivo e al piacere infantile, pieno di meraviglia, per l’atto creativo fine
a se stesso.

Il secondo asse cartesiano del lavoro di Brodsky è appunto l’indagine sul tempo. Si
vedono lunghissimi tavoli stracolmi di oggetti o “camere sepolcrali” che
assemblano biografie sentimentali per accumulo, per addensamento del vissuto
nelle cose. Il recupero di reperti mnemonici, attraverso procedimenti di
memoria automatica, esattamente come la scelta dei materiali di recupero, non
risponde all’horror vacui, ma al principio di piacere nel salvataggio di stati
d’essere passati di persone, eventi, città.

White windows raccoglie 33 lightbox (finestre di plexiglas opalescente
dentro le quali l’artista ha tracciato figure sull’acrilico ancora fresco) e
alcune sculture (dalla forma onirica di portaoggetti con ciminiera) in terra
cruda. Il discorso attorno al tempo si specchia nella scelta di materiali
deperibili e soggetti a danneggiamenti accidentali, qual è appunto la terra
cruda. Le sagome tracciate su plexiglas, spesso figure ricorrenti con scansione
quasi modulare, sono uccelli, cani, scoiattoli, aquiloni, alberi di Natale, cosce
femminili, scene di guerra con bombardamenti aerei e soldati in mongolfiera che
sparano traiettorie di linee tratteggiate.


Il solito metodo di riassemblaggio di un mondo (una
biografia) per accumulo di oggetti si applica stavolta alle immagini fantasticate
dall’artista durante l’infanzia. Ciò che vediamo emergere dal quadro delle
finestre retroilluminate è, se non proprio il mondo del bambino, un intero
immaginario infantile rievocato tramite il procedimento della libera
associazione, con un’operazione magica, più che proustiana. “La mano disegna
più di quanto mi aspetti
”.

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dal 16 settembre al 5 novembre 2010

Alexander
Brodsky – Finestre cieche

Galleria Milano

Via Manin, 13 (zona Palestro) – 20121 Milano

Orario: da martedì a sabato ore 10-13 e 16-20

Ingresso libero

Info: tel. +39 0229000352; fax +39 0229003283; info@galleriamilano.com; www.galleriamilano.com

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