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Fino al 9.III.2002 | Federica Marangoni – Luce materia effimera di un percorso | Milano, Galleria Artesanterasmo – fidia

di - 1 Marzo 2002

Preliminarmente, circa il luogo espositivo, è uno spazio su due piani, scala interna, balconata in circolo e un’ampia, luminosa, vetrina su strada. Un design-detail quest’ultimo che riguarda chi passa, passeggiando, e quindi le possibilità di fruire, esterno-interno, di piccoli monitor che operano installazioni-visive. Guardando le trasparenze delle lastre, le luci che emanano, ci ripensiamo dentro un film, un filmato girato su noi stessi, lì, in quei momenti, stando on the road. Così, riassociando le idee della memoria, questo vissuto ci richiama l’ambientazione-montaggio di Federica Marangoni presentata nel 1970 al centro Apollinaire di Milano, La strada. Un ambiente sensoriale multimediale con un filmato continuo della strada, dà un senso di movimento ossessivo che la rende infinita. Il pavimento soffice conferisce una sensazione di instabilità, accentuata dall’alterazione irritante provocata dalla luce di Wood sulle sagome in perspex translucido e sulle strisce pedonali: il tutto ripreso in un 16 mm sonoro con una voce continua e insistente che ripete il monologo-commento La Strada. Quello che si vede, ora, attraverso gli accesi/spenti dei video, trasmittenti e/o intrappolati, fracassati da esplosioni/implosioni, sono le materie, comunicanti, linguaggi non scritti. Quindi non solo necessariamente parole, locuzioni, le capacità creative dell’artista di interloquire con la poesia, L’archivio della memoria, progetto di installazione multimediale per Glas Tec, Düsseldorf, 1996, ma anche le facoltà di cogliere mostrando, espressioni altre, messaggi non grafie. Nello specifico, la video-scultura Frozen Communication, ‘95 invia movimenti – ripetizioni, video punteggiature bianche e nere, nevi televisive; durate di soglia, possono indicare un momento di passaggio, una visione caotica, di canale non sintonizzato, oppure essere sintomo di radicale cattivo funzionamento, l’approssimarsi della fine. Scorrono su un piccolo monitor posto a lato, quasi frontalmente, ad un altro che mostra, appunto, l’esito, il congelamento, la morte, nell’impasto scultoreo dei suoi quarzi.
Qui, come in Crashed tv, ‘99, The Melting Technology, ‘98, No – Channel tv, 1998, si denunciano le grida di una tv in decomposizione; scatole che dal tubo catodico sputano schegge in metamorfosi verso il proprio indurimento, sclerotizzazioni multiple dello stato liquido dei cristalli. Anziché produrre argento vivo, metallo naturalmente disordinato ma se intelligentemente guidato positivamente utile (il termometro), si crea, parrebbe, la replica sistematica dei tessuti-canali, dei contenuti, delle informazioni, delle idee: inerti, immobili, linguaggi restaurati, non rivoluzionati. Ma anche scritture elettroniche, che attraverso il vetro, il neon, il video, materiali primari delle lavorazioni dell’artista, disegnano, in un montaggio a loup, una colata di colori; in scivolamenti continui, sette diverse tinte strisciano coprendo schermi sovrapposti all’interno di un mobiletto in ferro, Colore elettronico: metamorfosi, 1999. Sono danze, ingabbiamenti dentro gli stessi movimenti, impulsi lenti; tali processi, scioglimenti, operanti fuori da questo contesto, reale-virtuale, là dove l’autrice interviene manualmente, con elettrificazioni, fusioni, la fiamma ossidrica che fonde le cere, ri-trasformandole, fanno ri-sentire le prospettive interpretative dei rituali alchemici di cui scrive Pierre Restany a proposito di Il corpo ricostruito, ‘75, Box of Life, videoperformance, ‘78, Straphangers, Inroads, ‘81 e, quanto alla presente esposizione, ci sembra, di L’angelo Narciso, 1996. D’altra parte, quando i video-colori, incontrano le materie prime, per es. i rottami di vetro, si rigenera il binomio reale-virtuale, una video-installazione, in fondo, è anche questo; le vernici, prodotte dagli impeti delle luci, diventano Arcobaleno elettronico, ‘97; una scultura multimediale prodotta per la Biennale e per Venezia, un’opera d’arte che ricrea gli spazi aperti, i piani urbani, le atmosfere della città. Dunque intersezioni secondo tutte le possibilità, materiali e immateriali, tutte le geometrie, seguendo le conquiste, le scoperte, continue e inconcluse, dei linguaggi delle luci, energheia. Queste indagini possono, forse, simbolicamente, rappresentarsi con i lavori Freiheit/Libertà, 1999, monumento a una fuga dal muro di Berlino avvenuta nel 1963 e con Il filo di Arianna, 2002, simbolo della bobina, luce-continuità-filo-conduttore, oggi come e più di ieri, figure, mezzi, di comunicazioni inter-planetarie. Infine, a riprova degli straordinari poteri di traslazione immaginaria delle video-tecnologie, si può, operando con una web cam, vedere l’immagine in presa diretta di un lavoro impresso su carta, come Bleeding Heart/Art, 2002, raggiungere, trasfigurato, un’opera apparentemente altra, la scala di vetro, ghiaccio azzurrato, con in cima un televisore lavorato con l’inclusione di bolle d’aria, Stairway To Heaven, ‘97.

Tullio Pacifici

Vetro di Murano: un sogno ad occhi aperti tra poesia e tecnologia nella mostra di Federica Marangoni.
L’artista espone alla Galleria Sant’Erasmo piccole installazioni costruite in vetro di Murano che da trent’anni manipola, crea e frantuma con tecnica consumata e sentire sempre intatto, in equilibrio tra intuizione energetica e invenzione tecnologica. Perspeex, tubolari, poliestere, calchi, videoinstallazioni commentano, trasformano, manipolano la fragile materia che da secoli si identifica con Venezia, dove Federica ha sempre lavorato e da dove sono partite le idee diventate perfomances a New York, fontane in vetro di Siviglia o prati elettronici a Valencia. Federica Marangoni però, moltiplica all’infinito le tecniche ma non le icone. Si individuano infatti alcuni archetipi sui quali approfondisce la ricerca delle varianti: la maxibobina di cavi elettrici, la bandiera, la scala, l’arcobaleno. E’ quello che Pierre Restany definisce la matrice umanista dell’elettronica. Una colata di vetro immaginario scende da bacili da fusione e crea simboliche vasche colorate. L’immagine si traduce nei video, fusioni tra icone elettroniche ed elettrodomestici, metafore paragonabili, negli esiti, alle video sculture di Paik, Lucier, Viola. Completa la mostra un catalogo che è un vero e proprio sforzo editoriale, voluto dal gallerista Daniele Crippa per storicizzare l’immenso lavoro dell’artista.

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Federica Marangoni

Descrizione del progetto Arcobaleno Elettronico Un capriccio Veneziano del 2000 di Federica Marangoni e visione dei video Rainbow e The Archivi of Memory
.
Biennale Donna Carta d’identità

Gabriella Anedi


Federica Marangoni. Luce materia effimera di un percorso
Fino al 9.III.2002
Galleria Artesanterasmo-fidia, via Cusani 8 Milano. tel. 02/877069-876426 fax 02/72002334, e-mail: artesanterasmo@tin.it
Orari: 10-12, 15.30-19, chiuso domenica e lunedì mattina.
Catalogo disponibile in galleria.
Monografia sull’opera dell’artista dal 1970 ad oggi. Elettronica: madre di
un sogno umanistico
. Testi critici di Daniele Crippa, Pierre Restany, Enzo Di Martino, Marco Maria Gazzano, Wulf Herzogenrath, Robert Morgan.
Edizioni Fidia – Museo del Parco.
Enti Promotori:artesanterasmo-fidia, museo del parco.
Progetto della mostra: Daniele Crippa – Curator del Museo del Parco, Centro Internazionale di Scultura all’aperto di Portofino.
Organizzazione: Associazione Culturale Art Promoters Molo Umberto I – 16038 Portofino – tel. 337/333737


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