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fino al 9.V.2008 | Marco Campanini | Milano, Fotografia Italiana

di - 5 Maggio 2008
L’ultima ricerca condotta da Marco Campanini (Parma, 1981) è caratterizzata da un’alta concentrazione di natura concettuale. I nuovi lavori sono infatti segnati da una virata verso una poetica più spinta, in cui la fase dello scatto, dell’utilizzo dell’obiettivo, è stata elusa o, più precisamente, elisa. Tutto ciò in una cornice fortemente riflessiva, carica di suggestioni calviniane, che tende a ricercare le trame complesse del proprio agire in una dimensione filosofica e teoretica, anche se ampiamente nutrita dalla proverbiale leggerezza dell’autore delle Lezioni americane.
Con una dinamica non dissimile da quella utilizzata da Thomas Ruff per le serie dei Nude, Campanini ha ricercato sul web le immagini su cui lavorare, delle quali non è in definitiva propriamente autore. Questo tipo di scelta implica tanto il rifiuto dell’uso di meccanismi e sistemi di riproduzione -siano essi analogici o digitali- quanto l’abdicazione del ruolo di creatore primo della foto, essendo la sua funzione essenzialmente quella di selezionatore di file, una sorta di primus inter pares nel grande mare di Internet.
Ma non è il piacere voyeuristico della pornografia a buon mercato ad attrarre il giovane artista italiano, come nel caso dell’autore tedesco, bensì fotografie di opere d’arte, delle quali nulla ci viene però riferito: non sappiamo quindi l’opera né l’autore e nemmeno chi abbia provveduto a fotografarla e pubblicarla. Successivamente, Campanini ha scelto una porzione, un particolare di ciascuna immagine e lo ha ingrandito all’inverosimile, rendendolo completamente irriconoscibile, molto spesso scuro con sfumature che ricordano le increspature dell’acqua e rassomigliano talvolta alle immagini in movimento create da alcuni player multimediali mentre si ascolta la musica.

Viene così a completarsi una procedura di spersonalizzazione i cui effetti sono non solo il rifiuto della rappresentazione ma anche l’ascetica astensione al dire con la propria parola, con la propria lingua. La scelta è estrema e radicale: non solo tacere il soggetto ma rendere impossibile qualsiasi forma di predicato su di esso, in un momento in cui -come scrive Luigi Fassi- la continua e ipertrofica presenza delle immagini ha “impregnato in una ragnatela vischiosa la nostra soglia di attenzione e la capacità di distinguere in piena libertà”.
Se è notevole il grado di autoconsapevolezza cui è arrivato il fotografo, risulta in questo momento particolarmente difficile dire se la poetica di Campanini (caratterizzata in questo modo da un’algida concettualità) sia provocazione intellettuale, boutade duchampiana o, per assurdo, rinuncia alla propria missione. Tanto più perché il valore visivo delle foto in mostra risulta di particolare fascinazione e contrasta con la serrata posizione filosofica, la cui forza potrebbe risultare “sminuita” da contenuti estetico-percettivi assolutamente interessanti.

Non resta che rifletterci, con calma. Magari dopo aver letto e riletto il Calvino di Collezione di sabbia, che dà il titolo alla mostra.

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mostra visitata il 3 aprile 2008


dal primo aprile al 9 maggio 2008
Marco Campanini – Collezione di Sabbia
a cura di Luigi Fassi
Galleria Fotografia Italiana Arte Contemporanea
Corso Venezia, 22 (zona Palestro–San Babila) – 20121 Milano
Orario: da martedì a venerdì ore 15-19; sabato su appuntamento
Ingresso libero
Catalogo con testi di Luigi Fassi e Marco Campanini
Info: tel. +39 02784100; fax +39 0277809369; info@fotografiaitaliana.com; www.fotografiaitaliana.com

[exibart]

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  • Non resta che rimpiazzare anche la parola "fotografia" e varianti, con alcune altre che un "notevole grado di autoconsapevolezza" dovrebbe garantire.

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