“Raccontare delle storie è il mio mestiere, no? E queste, queste –gli mostravo i miei dipinti- non sono storie, forse? Non è questo il mio mestiere?”. Nel breve apologo Il lasciapassare Dino Buzzati (Belluno, 1906 – Milano, 1972) descrive se stesso come pittore alle prese con i pregiudizi di chi lo voleva confinare nel solo ruolo di scrittore. Eppure egli si sentiva “un pittore prestato alla scrittura”, dicendo che per lui “dipingere non era un hobby, ma il mestiere, semmai l’hobby era scrivere”.
Certo, la qualità e l’inventiva della pittura di Buzzati possiedono un valore assoluto. Eppure la mostra rende evidente che Buzzati scriveva anche con il pennello. Si tratta in effetti di una mostra più da leggere che da vedere: sia per la gran mole di documenti e di testi messa a disposizione del pubblico, sia perché Buzzati dissemina le sue opere di frasi e didascalie, mescolando il linguaggio pittorico con quello dell’illustrazione e del fumetto. La circonvoluta calligrafia dello scrittore accompagna in un rapporto simbiotico le immagini. Si tratta d’altronde di un rapporto biunivoco: difficile leggere le pagine di Buzzati senza visualizzare la sua Milano notturna e da incubo, i suoi personaggi metafisici, dal Colombre al Babau.
La carriera di Buzzati pittore, di cui tutte le fasi sono ottimamente rappresentate in mostra, inizia negli anni Venti, con una serie di dipinti dal chiaro sapore mitteleuropeo. Queste opere costituiscono un preludio al Surrealismo che Buzzati incontrerà di lì a poco, tenendo come riferimento Giorgio de Chirico e mescolandolo a echi magrittiani.
È del 1945 La famosa invasione degli orsi in Sicilia, racconto illustrato per bambini, primo esempio di commistione buzzatiana fra letteratura e arti visive.
La produzione di immagini “pure” continua negli anni Cinquanta, che vedono come capolavoro un vero e proprio “ritratto” del Duomo di Milano. Come si trattasse di un volto, l’artista ne schematizza la fisionomia, trasformando la cattedrale e la piazza che la circonda in rilievi montuosi; si realizza così una fusione fra le montagne amate da Buzzati e la città di Milano, sua patria elettiva.
Risulta decisivo per la poetica dell’artista l’incontro con la Pop Art, in occasione di un viaggio negli Stati Uniti, testimoniato da alcune pagine di straordinaria critica d’arte scritte per il Corriere. Oldenburg, Warhol, Lichtenstein e Dine entrano nel DNA pittorico di Buzzati, intersecandosi al Surrealismo in opere quali Le buone amiche, La vampira e Tre facce di donne.
Ma è in Poema a fumetti del 1969 che la sensibilità pop di Buzzati acquisisce una dimensione totale. A quell’epocale romanzo a fumetti è dedicata una sala, che con rigore filologico affianca alle tavole originali le fonti di ispirazione e le fotografie e gli studi che contribuirono a realizzare il progetto finale.
Completano la mostra i bozzetti per le scenografie della Scala e l’ultima, superbamente sardonica serie di Buzzati, I miracoli di Val Morel.
Una mostra spettacolare, da visitare preferibilmente al crepuscolo, quando nella Rotonda della Besana si ricrea l’atmosfera magica della Milano buzzatiana. Un’occasione per valutare appieno l’importanza del Realismo Magico nella cultura italiana, filone che unisce fra gli altri, Buzzati e Landolfi in letteratura e Franco Rognoni in pittura.
stefano castelli
mostra visitata il 26 novembre 2006
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