Antonio Del Donno, Vangeli, 1979-81. Dodici elementi, legno inciso a fuoco, dimensioni varie. Veduta della mostra “Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea” a cura di Gianni e Giuseppe Garrera, Palazzo Collicola, Spoleto, 2026. Foto: Giuliano Vaccai.
Secondo Susan Sontag, «il silenzio è la conseguenza estrema di quella riluttanza a comunicare […] È il supremo gesto ultraterreno dell’artista: attraverso il silenzio, egli si libera dal legame servile con il mondo, che assume di volta in volta le vesti di mecenate, cliente, consumatore, antagonista, giudice o travisatore della sua opera». (Stili di volontà radicale, 1966). Rintracciare le schegge della santità e del silenzio nell’arte contemporanea è un gesto di posizionamento radicalista che apre a forme di relazione, temporalità distanti e narrazioni oppositive nei confronti del mondo. Quest’operazione di vicinanza e silenzio, disseminata nei piani di Palazzo Collicola secondo un moto ascendente, inizia dalla mostra collettiva che occupa il piano inferiore: Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea, a cura di Gianni e Giuseppe Garrera, offre una complessa risignificazione della figura di San Francesco d’Assisi nell’attualità.
La scrittura della mostra, coincidente con l’ottavo centenario della morte del Santo, rintraccia le pratiche militanti del francescanesimo – vicine alle lotte anticlassiste, antimilitariste e femministe – attraversando una serie di «frammenti luminosi» diffusi nei diversi nuclei teorici delle sale che si schiudono e si intersecano tra loro.
A partire dalla condizione di minorità, in contrasto con l’esercizio del potere, aprono la mostra i Vangeli di Antonio Del Donno, dodici tavolette lignee su cui sono incise le frasi delle sacre scritture. All’entrata corrisponde un imperativo morale – «Non siate conformati a questo mondo ma trasformatevi nella vostra mente» – che evoca in modo chiaro l’approccio curatoriale con cui la mostra è stata pensata, direzionando lo sguardo verso esistenze outsider e dissidenti, precarie e minori.
Il percorso espositivo si articola secondo delle flessioni interne, dove le opere selezionate dalle collezioni private dei curatori – in dialogo con prestiti e realizzazioni site-specific – aprono spazi concreti in cui sostare e interrogarsi per generare delle alternative vitali. Alcune di queste stratificazioni riguardano la «condanna senza appello di tutto il denaro e il suo uso» oppure «l’elogio all’analfabetismo», momento in cui a fare da punto di raccordo uditivo tra pratiche distinte, volte alla distruzione della scrittura e all’esaltazione dello scarabocchio, è Empty Words di John Cage. Il lavoro, in cui Cage utilizza la dimensione vocale secondo derivazioni nonsense, si realizza in una volontà: la demilitarizzazione del linguaggio inteso come strumento di sopraffazione dell’altro.
Secondo la prospettiva occidentale, il linguaggio è inoltre il punto di rottura nella relazione con gli altri animali, la cui presunta “inferiorità” si sedimenta nella mancanza di parola. Il francescanesimo ribalta questa gerarchia spostando la predicazione dall’umano all’alterità animale. Le creature venerate sono incorporate nelle opere: ne sono un esempio i ragni a cui Tomás Saraceno restituisce l’autorialità o i 12 cavalli esposti da Jannis Kounellis all’Attico di Roma (lavori appartenenti a luoghi e tempi diversi che avrebbero bisogno di un approfondimento in chiave post-antropocentrica). Si inserisce in questo discorso di esclusione dell’umano anche Gino De Dominicis – attuatore di una serie di miracoli che in mostra trovano spazio – che, in occasione della sua personale a Pescara nel 1975, rivolge l’invito a entrare esclusivamente agli animali.
Un importante nucleo tematico è dedicato alla figura di Santa Chiara e ai femminismi che attraversano il pensiero francescano. La sua trasfigurazione nella contemporaneità è assorbita da Carla Lonzi, storica dell’arte e militante femminista separatista, firmataria insieme ad altre donne del Manifesto di Rivolta Femminile. Lonzi, a sua volta legata a Teresa di Lisieux, utilizzerà uno stratagemma per inserire il volto della Santa nella copertina della prima edizione del suo Autoritratto. In mostra si rendono manifeste le necessità identitarie di questo processo di riconoscimento e autocoscienza femminista, possibile grazie al coinvolgimento di Giulio Paolini nella realizzazione di un’opera contenente il ritratto stesso che, raggiungendo lo status artistico, verrà accettato dall’editore del libro, ma solo nella ristampa diversi anni dopo.
In una zona ibrida e contaminata si sviluppa tutta la ricerca di Franco Troiani, invasa da presenze intrusive, liturgiche e rurali che in Agraria, mostra curata da Saverio Verini e ospitata nel Piano Nobile, vengono condensate da una selezione mirata di opere dell’artista. Troiani è legato alla geografia del territorio spoletino e ha sempre intessuto molte linee di congiunzione con altri artisti, da Sol LeWitt – già inserito nel contesto locale – fino alle personali derivazioni di matrice futurista o astrattista. Il suo immaginario è guidato da un sincretismo puro ancorato a un processo di realizzazione sinceramente ecologico. Secondo questo principio, la componente agreste diventa significativa nel suo senso più spirituale e primordiale, poiché il riuso e la circolarità corrispondono all’emergere di nuove forme di vita. Il legno, levigato o dipinto di un verde brillante – come nel caso della Battaglia di San Romano (da Paolo Uccello) – è esposto talvolta come telaio, si trasforma nel corpo di un santo, diventa architettura o bastone magico per il passaggio nel bosco da parte dei viandanti. Tutto è ancorato a terra, e alla terra ciclicamente ritorna.
Come Troiani, anche Berry Flanagan nasce nella prima metà degli anni ‘40, sviluppando la sua pratica a Londra. Sculpture speaks louder than words, retrospettiva a lui dedicata a cura di Jo Melvin è, in continuità con le altre mostre, un’esperienza sensoriale, intima e sospesa. Avvicinarsi alle opere di Flanagan significa entrare in relazione uno a uno con dei corpi eterogenei – tessili, leggeri, sabbiosi, lucenti – che assumono le sembianze di entità ultraterrene e post-organiche in grado di “parlare” direttamente a chi osserva.
Seguendo traiettorie plurali, le schegge riverberano in tutte le ricerche presentate, attraversando le architetture settecentesche del museo. Nel farlo producono residui porosi, guidati dall’instancabile impulso di scoprire e attualizzare modalità di esistenza contro-egemoniche e silenti.
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