Giordana Citti, Io e la Pannocchia. Instalaltion view, Grenze Arsenali Fotografici, Verona
Entrare nelle storie altrui, in punta di piedi, richiede pazienza e sensibilità. Giordana Citti possiede queste qualità. Citti acquista dei negativi in un comune mercato rionale, inconsapevole di quello che avrebbe trovato, ma fiduciosa sin da subito che, in qualche modo, ciò che aveva per le mani la avrebbe condotta a qualcosa di più grande. È quella sensazione che accade quando si scartabella negli archivi nella penombra di una lampada president, così come in camera oscura: si entra in contatto con ciò che fino a quel momento era nascosto nei cassetti impolverati di qualche umido edificio, o in questo caso, nel mercato di Porta Portese. ‘Porta Portese, Porta Portese, cosa avrai tu?’; c’è che Porta Portese ha consegnato a Giordana Citti dei negativi probabilmente inediti degli anni ’30 e ’40. C’è che poi Citti li vede e li porta con sé in camera oscura, con quel desiderio fotografico, comune agli archeologi e ai lettori appassionati, di prendersi gioco del tempo, per quanto possibile sia, nel tentare di arrivare prima di lui alla fermata successiva.
Le immagini sviluppate esposte presso ‘Il Meccanico’ si dividono in tre episodi, accuratamente intitolati e datati a mano – probabilmente dallo stesso autore di quegli scatti. ‘Io e la Pannocchia 10/36’ fotografa forse il protagonista, nel divertente e spensierato gesto di mordere una pannocchia in un campo di mais. ‘In terrazza in costume da bagno, Trieste 7/1941’ imprime ritratti di una giovane e affascinante donna, sorridente nella sua tenuta estiva mentre gioca con l’obiettivo. I negativi finali, raccontano con immagini probabilmente inedite la caduta del Fascismo in data – si legge dal bigliettino che li racchiudeva – 25 Luglio 1943. Le piazze e le strade romane si riempiono di volantini, ai muri dei palazzi si legge ‘Morte ai Responsabili’. Solo possiamo immaginare gli occhi di Giornata Citti nello scoprire così preziosi reperti storici in camera oscura.
Gli stessi occhi che per entrare in punta di piedi nel regno del tempo, svelano e celano con pennellate di emulsione ai sali d’argento solo alcune parti dei fotogrammi, per poi mostrarle interamente tramite processo tradizionale su carta baritata sul muro di fronte. Un dialogo intimo con la storia, che ben si presta agli spazi caldi e antichi del Meccanico, dal sapore retrò, come dimostrano le coloratissime cementine originali su cui si cammina al suo interno.
Tra il nascosto e l’evidente, tra scannerizzazioni meccaniche e pennellate d’artista, si delinea la storia di un’Italia ormai lontana. Gli strumenti che Citti ha usato per questa scoperta sono bel visibili sopra un tavolo al centro della prima sala espositiva: un timer, il focometro, i filtri, una lampada rossa e il tank. Ciò che serve per scostare la tenda del tempo e spiare il passato, per cogliere con stupore la contentezza di uno sconosciuto in un pomeriggio spensierato al sole autunnale mentre morde una pannocchia. O mentre prende il sole, in quelli che erano gli anni ’40 di un’Italia passata ma ancora viva negli angoli négligé di Porta Portese.
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