Categorie: Mostre

All’Accademia Carrara di Bergamo va in mostra una storia dei Tarocchi lunga sette secoli

di - 4 Marzo 2026

C’è qualcosa nei tarocchi che resiste al tempo. Dal Quattrocento a oggi non hanno mai smesso di affascinare: prima chiamati trionfi, oggetti preziosi miniati in oro per le corti rinascimentali, poi gioco diffuso grazie alla stampa, quindi strumento divinatorio carico di mistero. Infine, nel Novecento, terreno di sperimentazione per artisti, poeti e visionari. Le immagini restano sorprendentemente stabili. A cambiare sono le epoche che le attraversano. La mostra Tarocchi – Le origini, le carte, la fortuna, all’Accademia Carrara di Bergamo, visitabile fino al 2 giugno 2026, curata da Paolo Plebani e realizzata in collaborazione con la The Morgan Library & Museum di New York, ricostruisce questo lungo percorso attraverso sette secoli di storia figurativa.

Victor Brauner, Le surrealiste (Il surrealista) , 1947, olio su tela, 60,8 x 45,7 cm, The Peggy
Guggenheim Collection, Venezia

Il cuore dell’esposizione è un evento storico: la riunione, per la prima volta dopo oltre un secolo, di 74 carte del Mazzo Colleoni, il più completo tra i mazzi quattrocenteschi conservati. Oggi divise tra Bergamo (26 carte), New York (35) e una collezione privata (13), tornano finalmente a dialogare nello stesso spazio, senza distinzione di provenienza. Il mazzo non è più frammento ma organismo ricomposto.

Tarocchi. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara, 2026, ph. adicorbetta

Attribuito a Bonifacio Bembo e integrato negli anni Ottanta del Quattrocento da Antonio Cicognara, il mazzo fu probabilmente commissionato da Francesco Sforza (duca di Milano dal 1450 al 1466) dopo il matrimonio con Bianca Maria Visconti, celebrato nel 1441. La realizzazione delle carte si colloca negli anni successivi alla morte di Filippo Maria Visconti (1447), nel momento in cui la nuova dinastia sforzesca consolida il proprio potere. Oro, argento, lapislazzuli, punzonature su foglia d’oro: non semplici carte da gioco ma oggetti diplomatici, simboli di prestigio, immagini dinastiche.

Bonifacio Bembo, Tarocchi, La giustizia, 1455- 1480, cartone, 176 x 87 mm, Accademia Carrara, Bergamo

La prima sala ricostruisce l’atmosfera mondana e sofisticata della corte. Arazzi fiamminghi con scene di caccia, corni intagliati in avorio, cassoni dipinti con allegorie morali, miniature vivacissime che illustrano la vita cortese: la musica, la danza, l’amore come rituale di corteggiamento, la letteratura, i giochi. Tra questi, gli scacchi occupano un posto centrale. Il gusto per l’oro e i materiali preziosi, tipicamente medievale, convive con la fascinazione per il mondo classico che segna il Rinascimento nascente. È in questo microcosmo sociale, colto e competitivo, che i tarocchi prendono forma.

TAROCCHI – Le origini, le carte, la fortuna, veduta della mostra, Accademia Carrara, Bergamo, 2026, ph. Antonio Cadei

Le carte da gioco arrivano in Europa nella seconda metà del Trecento, probabilmente dall’Egitto mamelucco attraverso la Spagna. In Italia trovano un ambiente particolarmente fertile, soprattutto nelle corti dell’Italia settentrionale. Milano occupa un ruolo centrale: già intorno al 1412 Marziano da Tortona aveva ideato per Filippo Maria Visconti un mazzo con figure mitologiche dipinte da Michelino da Besozzo, una sorta di prototarocco.

Nel Quattrocento i tarocchi si chiamano ancora trionfi. Il riferimento ai Trionfi di Francesco Petrarca è evidente: la sequenza allegorica dell’Amore, della Morte, della Fama, del Tempo, dell’Eternità fornisce un repertorio iconografico che le carte assorbono e rielaborano. La scelta del volgare, che rende il poema accessibile a un pubblico ampio, ne amplifica la fortuna visiva. È nell’incontro tra simbolismo medievale e cultura rinascimentale che prende forma un sistema figurativo destinato a rimanere sorprendentemente stabile nei secoli.

TAROCCHI – Le origini, le carte, la fortuna, veduta della mostra, Accademia Carrara, Bergamo, 2026, ph. Antonio Cadei

In origine, però, era un gioco. Un gioco complesso, che richiedeva memoria e strategia. Per almeno tre secoli i tarocchi sono soprattutto questo. Lo testimonia anche l’affresco quattrocentesco con il gioco dei tarocchi nelle sale di Palazzo Borromeo a Milano: non divinazione ma gesto conviviale, pratica sociale, passatempo colto.

Solo alla fine del Settecento si afferma la svolta esoterica. Il francese Antoine Court de Gébelin sostiene che i tarocchi siano la sopravvivenza di un antico sapere egizio legato al Libro di Thot. L’ipotesi è priva di fondamento storico ma avrà enorme fortuna e trasformerà le carte in strumento divinatorio per tutto l’Ottocento.

Niki de Saint Phalle, Tarocchi, La Temperanza, 2002, DSM Leinfelden-Echterdingen, DSM Inv.- Nr. 2003- 479, Landesmuseum Württemberg
rancesco Clemente, Il Mago, (Ron Arad) , serie dei Tarocchi Arcani Maggiori, 2008 – 2011, acquerello e guazzo su carta, 19 x 9,5 cm, Courtesy of Francesco Clemente Studio

L’ultima sala, dedicata al Novecento, mostra come gli artisti restituiscano ai tarocchi la loro natura combinatoria e poetica. Accanto ai surrealisti, compaiono i tarocchi di Leonora Carrington, attraversati da mitologia e alchimia, e quelli di Niki de Saint Phalle, dove il simbolo si espande fino alla dimensione monumentale del suo Giardino dei Tarocchi. La mostra si chiude con i 22 acquerelli di Francesco Clemente, in cui ogni arcano maggiore diventa il ritratto di una persona reale.

TAROCCHI. Le origini, le carte, la fortuna, Accademia Carrara, 2026, ph. Antonio Cadei

In questo dialogo tra immagini e narrazione torna centrale anche Italo Calvino. Una delle sezioni della mostra, significativamente intitolata Biblioteca dei Tarocchi, raccoglie trattati antichi, testi esoterici, studi moderni e riletture letterarie, mostrando come le carte abbiano generato nei secoli un vero sistema di pensiero. È qui che trova posto Il castello dei destini incrociati, pubblicato nel 1969 da Franco Maria Ricci: Calvino costruisce il romanzo a partire dalle carte del mazzo visconteo conservato tra Bergamo e New York.

I Tarocchi di De André, installation view, ph. Fondazione Accademia Carrara

Il progetto si estende inoltre a Bergamo Alta, nelle sale di Palazzo della Ragione: l’installazione I Tarocchi di De André, a cura di Studio Azzurro, traduce 31 brani del cantautore in altrettanti arcani contemporanei, dimostrando quanto questo sistema simbolico sia ancora capace di accogliere nuove narrazioni. E da giugno 2026, nei Giardini PwC dell’Accademia Carrara, La Forza di Chiara Camoni – ispirata all’Arcano XI – porterà il simbolo fuori dalla carta. Il tarocco diventa scultura, presenza nel paesaggio.

Chiara Camoni, La Forza, 2025, ph. Camilla Maria Santini

È l’ennesima trasformazione di un sistema che non smette di mutare. Le loro figure non offrono risposte: mettono in relazione immagini, aprono racconti. Nati come gioco nelle corti del Quattrocento, trasformati in strumento divinatorio, riscoperti dagli artisti del Novecento come macchina poetica, i tarocchi compiono un movimento circolare. La mostra si chiude ritornando alle origini del loro significato: il gioco.

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Tag: accademia carrara Bergamo Chiara Camoni Francesco Clemente Franco Maria Ricci Italo Calvino Leonora Carrington niki de saint phalle Studio Azzurro

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