Andrea Mirabelli, It’s not so much fun to pick up the pieces, veduta della mostra, A+B Gallery, Brescia, ph. Petrò Gilberti
La pittura di Andrea Mirabelli prende posizione in uno dei territori simbolici più instabili del presente: quello delle immagini della caduta del potere. Per It’s not so much fun to pick up the pieces, la sua prima mostra negli spazi di A+B Gallery, a Brescia, l’artista ha riunito un corpus inedito di dipinti e una nuova scultura concepiti appositamente per l’esposizione.
Visitabile fino al 6 giugno, il progetto si sviluppa attorno a un’immagine ricorrente e ormai globale: la statua abbattuta, trascinata, smembrata e fotografata dai cellulari. Monumenti rimossi dalle piazze, busti decapitati, simboli politici trasformati in macerie visive. Mirabelli concentra il proprio sguardo non tanto sul prima o sul dopo, quanto sull’apice del dramma, come scrive Giorgio Verzotti nel testo che accompagna la mostra, ovvero «Il momento della caduta della statua/simbolo, al massimo sui pochi istanti precedenti o di poco susseguenti».
Le immagini da cui partono i dipinti provengono dal flusso mediatico contemporaneo: fotografie reperite online, video amatoriali, documentazioni digitali di eventi politici e rivolte collettive. Ma il rapporto tra immagine e pittura non viene affrontato da Mirabelli come semplice trasposizione tecnica. Verzotti sottolinea infatti come «Qui non ci sono diapositive proiettate sulla tela sulla quale lavorare come a ricalco», perché il processo di copiatura passa attraverso un esercizio manuale rigoroso, fondato su disegno, osservazione e ricostruzione spaziale. L’artista lavora infatti “a occhio”, riportando sulla tela immagini digitali attraverso una pratica pittorica che conserva qualcosa di quasi accademico.
È proprio in questo passaggio che si apre uno dei nuclei più interessanti della mostra. La pittura restituisce il favore alla fotografia e ne destabilizza l’arbitrario valore documentario: le tonalità livide di grigi, blu e viola, le zone lasciate a carboncino, le sospensioni del non-finito introducono una dimensione straniante che allontana la scena dalla cronaca pura. «Il pittore in realtà si re-impossessa dell’immagine mediatica», scrive ancora Verzotti, «La fa rivivere attraverso la manualità in una sorta di cimento agonistico fra la fissità del riporto fotografico e la mobilità del corpo che la lavora».
La dimensione politica dell’immagine non si separa mai da quella teatrale e paradossale. I monumenti cadono ma, insieme alla retorica del potere, sembra sgretolarsi anche l’idea stessa di verità dell’immagine contemporanea. Verzotti mette esplicitamente in relazione questo aspetto con la distanza che separa il presente dall’epoca di Andy Warhol: se nelle serigrafie tratte dai giornali permaneva ancora una fiducia documentaria nell’evento, oggi «Rimaniamo in bilico, sulla soglia fra vero e falso, fra essere e non essere».
Da qui emerge anche la componente ironica del lavoro di Mirabelli, che attraversa l’intera mostra come controcanto alla tensione epica delle immagini. Lo si vede nei titoli, che citano canzoni rock o modi di dire. Il titolo stesso della mostra, It’s not so much fun to pick up the pieces, riprende una canzone rock composta per un film di David Lynch e introduce quella tonalità sospesa tra tragedia e comicità che attraversa tutto il progetto. E si nota anche nella nuova scultura che dà il titolo al progetto. Partendo da una fotografia online di un monumento a Lenin conservato a Mosca, l’artista realizza una grande stampa 3D in materiale plastico e polvere di marmo. La figura viene però presentata mutilata e capovolta: solo il busto del leader sovietico, sospeso a testa in giù dal soffitto della galleria.
Tra pittura, cultura visuale digitale e ironia politica, It’s not so much fun to pick up the pieces prova così a interrogare il rapporto tra memoria, potere e immagine dentro un paesaggio contemporaneo dove anche le rovine sembrano ormai prodotte per essere immediatamente condivise.
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