Nulla di preciso, ovvero: architetture, strategie, eresie, racconti, ritrovamenti e genealogie per una felicità immediata evitando l’attesa di tempi migliori, Fondazione Querini Stampalia, Venezia
L’Area Scarpa, situata negli spazi della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, è uno dei luoghi architettonicamente più raffinati della città: uno spazio sospeso, pensato per integrare l’innalzarsi dell’acqua nella propria struttura invece di opporvisi, una sorta di oasi costruita attraverso una regia minuziosa di soglie, tagli, materiali e riflessi dal maestro per eccellenza dell’architettura italiana del Novecento. Quale luogo più adatto, allora, per parlare di progettazione spaziale a Venezia, se non questo?
La Querini, nella sua interezza, è ormai da mesi al centro di dialoghi che ruotano attorno ai temi dell’exhibition design, dell’incontro tra arte e architettura e della museografia contemporanea. Una serie di talk ha accolto figure come Ippolito Pestellini Laparelli (Studio 2050+), Formafantasma e Izaskun Chinchilla, consolidando la Fondazione come spazio di riflessione critica sul display e sulle sue implicazioni politiche e percettive.
Questo filone prosegue ora con la mostra sviluppata proprio nell’Area Scarpa, dal lungo titolo Nulla di preciso, ovvero: architetture, strategie, eresie, racconti, ritrovamenti e genealogie per una felicità immediata evitando l’attesa di tempi migliori. Ed è interessante come, in un momento storico in cui all’architettura si chiede efficienza e sostenibilità quantificabili, al centro dell’esposizione vi sia proprio la scelta di rivendicare l’imprecisione come presa di posizione culturale.
Per entrare nel dettaglio, la mostra, curata da Luigi Prestinenza Puglisi, prende avvio dal progetto di concorso per l’ampliamento del MAXXI (2022), redatto da Peluffo&Partners, ElasticoFarm e Beniamino Servino. Ma il concorso è quasi un pretesto: ciò che viene messo in scena è una possibile genealogia dell’architettura italiana contemporanea. Prestinenza Puglisi evoca Edoardo Persico e il sospetto italiano verso le “ideologie precise”. L’architettura, in questa lettura, non deve produrre sistemi totalizzanti ma racconti, frammenti e felicità immediate, sottratte alla promessa — sempre differita — di tempi migliori.
Per questi motivi, tutto il percorso espositivo si sviluppa sull’immaginario del cosiddetto Libro del Sarto, manoscritto cartaceo milanese del XVI secolo conservato presso la Fondazione Querini Stampalia. Il volume, repertorio di figurini, cartamodelli e progetti per abiti, armature, tende e padiglioni destinati a giostre e apparati effimeri, testimonia una cultura della forma intrinsecamente temporanea: architetture di stoffa e legno, costruite per durare il tempo di una celebrazione, di un ingresso trionfale, di una messa in scena politica. È questa la base immaginifica che nutre tutti gli elementi di Nulla di preciso.
Il progetto per il MAXXI, riletto attraverso questo prisma, non propone un’ennesima macchina iconica, ma un sistema aperto di padiglioni, tende e strutture adattabili che incontriamo — modelli in ceramica e cemento, tavole tecniche ricomposte, immagini, rimandi a Piero della Francesca e a Federico Fellini — disseminati lungo il percorso scarpariano. Tende da circo dal sentore quasi sciamanico, frammenti che si aggregano in collage progettuali, il corto di Ernesta Caviola ispirato alla Leggenda della Vera Croce: tutto contribuisce a costruire un’architettura che assume l’instabilità come condizione originaria.
In un presente che chiede certezze, Nulla di preciso suggerisce invece che la precisione può essere un’illusione ideologica, mentre l’imprecisione, se consapevole, apre a una pratica più libera, capace di abitare il frammento senza trasformarlo in nostalgia: è un modo di raccontare l’architettura e il progetto partendo dal racconto e da quelle rovine instabili e stratificate da cui continuiamo a costruire.
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