Categorie: Mostre

Brâncuși enigmatico, ieratico, atemporale: la Romania lo riscopre nella grande mostra di Timişoara

di - 10 Dicembre 2023

Di Constantin Brâncuși (1876 – 1957) si sa che è stato un personaggio schivo, riflessivo, introverso, taciturno. Un uomo propenso a far sedimentare il tempo e il pensiero, ad esporre il proprio occhio alla prolungata osservazione del reale, incapace di scendere a compromessi. Le sue opere corrono sul filo del rasoio, dividendo il pubblico e la critica. Brâncuși è infatti divisivo, radicale: dopo aver frequentato la Scuola di Arte e mestieri di Craiova, si iscrive all’Accademia di Bucarest, che abbandona sentendosi incompatibile con i suoi insegnamenti. Lascia la Romania e raggiunge a piedi la capitale francese: qui incontra i protagonisti dell’avanguardia di inizio Novecento, da Modigliani a Léger, da Matisse a Rousseau. Tra loro c’è anche Auguste Rodin, che lo invita a far pratica nel suo studio. Brâncuși accetta ma se ne va dopo poco tempo, affermando che «nulla può crescere all’ombra di un grande albero». Diventa amico di Marcel Duchamp e, negli anni Venti, gli viene proposto di entrare a far parte del movimento Dadaista: ancora una volta declina l’invito, non sentendosi parte dell’anarchia avanguardista che accomunava questo gruppo. La storia dell’artista rumeno si potrebbe scrivere attraverso una serie di rifiuti che l’hanno portato a non compromettersi, a definirsi come uno degli autori più originali ed enigmatici della prima metà del Novecento.

Constantin Brancusi, The Kiss, 1907. Museum of Art, Craiova
La Muse endormie, 1910

Una densità stilistica e concettuale che viene bene raccontata in Brâncuși: Romanian Sources and Universal Perspectives, cavallo di battaglia di Timişoara Capitale europea della Cultura 2023. La mostra, ospitata fino al 28 gennaio 2024 al Museo Nazionale d’Arte di Timișoara, ne ripercorre la carriera partendo dalla prima scultura a tuttotondo prodotta durante il periodo di formazione (si tratta di un realistico e spiazzante corpo anatomico in gesso dipinto, datato 1902) fino all’apice della sua carriera, con i capolavori che lo hanno reso noto ben oltre i confini nazionali.

Constantin Brancusi, Bird in Space, 1932-40. Peggy Guggenheim Collection, Venice Solomon R. Guggenheim Foundation New York

Curata dalla ricercatrice e storica dell’arte, nonché tra le più autorevoli esperte, Doina Lemny, l’esposizione gioca su sottili rimandi tra l’artista e la tradizione artistica rumena, una contaminazione necessaria che permette di guardare con occhi diversi architettura, artigianato, paesaggio, miti, leggende e letteratura del suo Paese d’origine. Ancora una volta, una storia di continuità e rotture, che conferma tutt’oggi la natura inclassificabile dell’eredità brancusiana. Un esempio? Il bacio, del 1907: un intreccio monolitico scolpito nella pietra di marna, che raffigura due amanti dalle sembianze arcaiche. In mostra, i profili dei loro capi sono ripresi in un disegno e ripetuti fino a formare delle arcate. Un’interpretazione totalmente diversa dal coevo Rodin, che allo stesso soggetto dona sembianze naturalistiche. Quello degli amanti allacciati nel bacio è un motivo che tende a stilizzarsi progressivamente, comparendo in diverse opere successive: è il caso dell’imponente monumento della Porta del Bacio che si trova nel parco della città di Târgu Jiu, a meno di 400 km da Timișoara.

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Nata a Pesaro nel 1991, è laureanda nel corso di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l'Accademia di Brera. È residente a Milano dove vive e lavora come giornalista freelance per diverse testate di arte, concentrandosi sul panorama contemporaneo tramite news, recensioni e interviste su online e cartaceo. Oscilla tra utopia e inquietudine; ancora tanti sogni da realizzare.

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