AMORE CHIAMA COLORE, exhibition view, Fondazione D’ARC, Roma 2025, ph Eleonora Cerri Pecorella
Situata in un contesto che unisce archeologia antica e industriale, la Fondazione D’Arc, voluta dai collezionisti Giovanni Floridi e Clara Datti, è oggi un centro polifunzionale dedicato all’arte contemporanea. La collezione permanente, frutto di anni di ricerche, accoglie opere di Joseph Kosuth, Jannis Kounellis, Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Vettor Pisani, Giulio Turcato, Paolo Canevari, Emma Talbot e molti altri, in un allestimento che favorisce connessioni inattese tra epoche e linguaggi.
La mostra Amore chiama colore (in corso fino al 31 gennaio 2026) prende avvio da Amore chiama colore IV di Piero Dorazio, opera del 1968 che funge da chiave teorica del percorso espositivo. Le pennellate vorticose e multicolori di Dorazio sprigionano un’energia libera e in movimento, frutto di un presupposto fondamentale: il colore è sempre espressione di una visione soggettiva. L’amore, in questo caso, diventa una «libido (un desiderio di possedere il colore, ma anche la vita)». Su questo principio si fonda la collettiva a cura di Giuliana Benassi, dove il colore si manifesta come spazio di libertà e prende forma artistica attraverso le diverse soggettività degli autori.
Le nuove acquisizioni della Fondazione comprendono lavori di John Armleder, Monia Ben Hamouda, Ross Bleckner, Samuel Nnorom e Odili Donald Odita, in dialogo con opere già presenti nella collezione – da Tadasky a Giulio Turcato – e con autori come José Angelino, Pablo Atchugarry, Giacinto Cerone, Michela De Mattei, Federica Di Carlo, Pascale Marthine Tayou, Genuardi/Ruta e Austin Young.
Tra le sale, il rosso emerge come colore dominante. Le sculture di Cerone e Atchugarry – la prima in bronzo smaltato, la seconda in ceramica rossa – dialogano per affinità cromatica e collocazione. Michela De Mattei, con Blushing e Not (here), riflette sul rapporto fra emozione e temperatura: «il rossore è innescato dall’esposizione quando un evento minaccia di rilevare qualcosa di noi stessi che non vogliamo venga rivelato […]». L’uso di vernice termocromica, filo di nichelcromo e relè temporizzato rivelano una vulnerabilità dell’opera stessa.
Il paradigma colore-calore ritorna anche nella complessa installazione di Federica Di Carlo, Volevo il Sole: quattro fotografie e un testo in tre atti (Burning, Extinguish, Ardere) immagina un dialogo tra la terra e il sole, come amanti impossibili, e si conclude con un grido di denuncia politica. Politica è anche la scelta dell’artista di utilizzare il magenta, unico colore non esistente in natura, segno di un gesto profondamente umano: la volontà di creare ciò che la natura non contempla.
Il tema si espande nel dialogo con la luce, laddove il colore è il risultato dell’interazione tra la luce e la materia, determinando un rapporto diretto con essa, come nell’opera di Alfonso Fratteggiani Bianchi e John Armleder. Interessante a tal proposito è la riflessione di José Angelino: «Il colore di un oggetto è dovuto alla riflessione di tutti i colori che esso non assorbe […]. Le informazioni che riceviamo sull’ambiente che ci circonda sono proprio quelle che la materia decide di restituirci, non ciò che realmente è, ma ciò che ha escluso, ciò che ha scartato. È come se i materiali ci parlassero di sé raccontandoci le cose che non vogliono».
In contrasto, Subacqueo (1970) di Giulio Turcato sembra delineare una teoria del buio più che della luce, nella sua esplorazione del mondo sottomarino. Tadasky, Bleckner e Odita proseguono l’indagine sulla percezione, sulla vibrazione e sulla potenza combinatoria dei contrasti cromatici. Nel complesso, Amore chiama colore mostra come il colore possa farsi linguaggio, emozione, materia. Un percorso che invita a rileggere l’intera collezione della Fondazione D’ARC in chiave cromatica, sottolineando come la percezione del colore sia sempre un atto relazionale e in quanto tale esso ha bisogno d’amore per essere capito, ma soprattutto visto.
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