Dispositivi della memoria, NP Artlab, Installation view (courtesy NP Artlab)
È affascinante la nostra necessità di memoria. Come costantemente riconosciamo il rischio di diventare vuoti e soli, di essere effimeri nel tempo e di ricercare in noi anche una sola condizione di durabilità. Forse allora, questa facoltà di riprodurre interiormente immagini, esperienze e incontri, non riguarda solo l’accesso alle strutture inconsce, ma un’attività che Spinoza definirebbe di estraconsapevolezza, ovvero un approccio alla memoria che rende fisico e specialmente critico. Una necessità che coinvolge le condizioni dell’intera esistenza.
Non è quindi casuale come nel tempo siano state proposte svariate modalità di ripensare la memoria, fino ad oggi, in cui film e serie tv la rileggono persino come luogo frequentabile o come dispositivo tecnologico con cui estendere le abilità e le condizioni corporee.
La mostra bi-personale di Mengfan Wang (Pechino, 2000) e di Margherita Pedrotta (Ivrea, 1998) attualmente in corso alla galleria NP-ArtLab di Milano dal titolo Dispositivi della memoria, rappresenta questa necessità di confronto con questa primordiale facoltà che ci riguarda e con questo luogo metafisico in cui interiormente ci collochiamo, ripensando la memoria come una struttura dai contorni poco delineati che necessita di strumenti alternativi per essere indagata.
Le opere fotografiche di Wang indagano la memoria come paesaggio di conservazione di un trauma che non ha necessità di essere esplicitato, ma che viene suggerito dalle distorsioni e dalle instabilità dell’immagine. Elementi vegetali e animali, diventano protagonisti di un’atmosfera complessa, stratificata, interpretabile solo attraverso i gradi della percettibilità, che da fotografia a fotografia si fa sempre più complessa, scendendo verso luoghi profondi in cui realtà e distorsione si fondono al punto di diventare un’unica essenza, quella complessa del ricordo. Si tratta di fotografie di estrema sensibilità, manipolate attraverso l’immersione fisica – ma che assume un forte valore concettuale – della pellicola in liquidi e bevande corrosivi, che attribuiscono a queste immagini il senso di annegamento in un fluido denso nel quale districarsi.
Le sculture di Pedrotta, gelide nel senso fisico della materia che le costituisce, portano con sé una poeticità decadente che è quella insita nei processi di trasformazione. Strutture e catene metalliche apparentemente violente, entrano invece in un delicatissimo stato di equilibrio fisico con bouquet idealmente congelati, il cui scioglimento – percepibile dal suono timido e sottile delle gocce d’acqua che accompagna la mostra in questa generale atmosfera liquida – riproduce un ulteriore cumulo di ghiaccio. L’installazione assume in tal senso una romanticità, in cui l’immagine del fiore deceduto diventa simbolo di una memoria affettiva compromessa, che vive in una dilatazione temporale improbabile dove lo stato dell’acqua ora liquido, ora gelato, riflette la condizione effimera e incerta della memoria.
La mostra rilegge l’opera d’arte come effettivo strumento per la memoria, ovvero un dispositivo poetico che vanta atmosfere simboliche, ma che al contempo filtra e archivia i segni della vulnerabilità e della dissolvenza del ricordo.
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